Norberto Oberburger

Come si è avvicinato ai pesi? 

Per caso. Io giocavo a calcio, provavo diversi sport ma poi il caso ha voluto che mi innamorassi della pesistica quando avevo più o meno 15 anni. Perché? Ero un ragazzo e mi piaceva essere forte, avere i muscoli, tutto qui, molto banalmente. Alcuni amici mi invitarono in palestra, e così un giorno andai, per provare. Effettivamente mi è piaciuto e piano piano è cresciuta la passione. A dire il vero sono stato anche fortunato perché quando ho iniziato a gareggiare, i risultati sono andati subito benino e mi hanno spinto a continuare. Alla mia prima gara, i campionati italiani del 1976 sono arrivato terzo. Considerando che mi allenavo da un annetto direi che mi è andata bene! Magari se non fosse arrivata quella medaglia di bronzo non avrei avuto lo spirito giusto per continuare. L’anno successivo poi ho vinto il Campionato Italiano, ed ho cominciato a fare sul serio, unendo un po’ di buona volontà e di fortuna. A quei tempi facevo le superiori, quindi la mattina andavo a scuola, e di pomeriggio mi allenavo. Il mio primo allenatore, colui che mi ha fatto innamorare dei pesi, è stato Giancarlo Concin; lui veniva dall’atletica leggera e aveva una palestrina dove faceva fare preatletismo ai lanciatori. Purtroppo, è scomparso due mesi fa e per me è stata come la perdita di un faro.  Negli anni Settanta di pesistica in Alto Adige c’era poco, giusto 3 società, ma c’era tanta buona volontà. E a Merano si era creata una piccola squadretta di pesisti, con cui ci si allenava, si provava insieme.

Dopo le gare da ‘Allievo’, è arrivato il 1° anno juniores, poi qualche convocazione in Nazionale in occasione  dei raduni, che a quei tempi si facevano a Savona. Mi piaceva allenarmi, mi piaceva la vita da atleta e così gara dopo gara sono cresciuto, tutto è arrivato con naturalezza, anche un po’ per caso.

Poi arrivò il sogno a Cinque Cerchi 

La prima Olimpiade la feci nell’80 a Mosca, arrivai decimo. L’anno prima avevo partecipato ai Giochi del Mediterraneo ma la gara era andata male. Poi l’84 la vittoria ai Giochi di Los Angeles. E nel frattempo Campionati del Mondo, Campionati d’Europa, Giochi del Mediterraneo, e via dicendo. Sicuramente l’oro olimpico è stata la medaglia più emozionante, è il sogno di chiunque. Le Olimpiadi sono le Olimpiadi. Io credo che già partecipare sia tantissimo, poi riuscire a conquistare una medaglia è davvero il massimo. Se ci penso ancora adesso mi sembra un sogno! Ogni tanto me lo racconto. Sono dei bei ricordi, irripetibili.

Per Lei che ha vissuto il sogno olimpico vincendo l’oro a Los Angeles, il fatto che la presenza della pesistica ai Giochi sia a rischio, come la fa sentire? 

Per me è un colpo al cuore, non si può! Speriamo che tutto vada in modo positivo, non posso credere che la pesistica sia fuori dai Giochi, è impensabile. Spero che tutto si risolverà e Antonio Urso è la persona migliore per farci uscire da questa situazione. Negli anni ha fatto cose grandissime, la sua competenza è indiscutibile. Io sono rimasto fuori dalla Federazione per diversi anni ma ora che sono di nuovo nel giro, mi rendo conto di quante cose abbia fatto e spero davvero che riesca a fare ancora tanto.

Lei ha avuto un percorso tortuoso con i pesi 

Sono i casi della vita. Mi è dispiaciuto allontanarmi ma allo stesso tempo mi rendo conto che diversamente non poteva andare. Dovevo crearmi una strada lavorativa dopo la vita da atleta, anche perché io non ero in nessun gruppo sportivo. Adesso mi rendo conto che da giovani, quando si hanno 19-20 anni, si fanno tante fesserie, ed è per questo che fondamentalmente non sono entrato in nessun gruppo sportivo. E’ andata bene così, intendiamoci, ma se potessi tornare indietro questa cosa la cambierei.

Comunque, medaglia olimpica o non medaglia olimpica, io non avevo un mestiere ma bisognava affrontare la vita normale. Così a 32 anni, ho dovuto trovare delle soluzioni e ricominciare da zero: ho iniziato a lavorare all’associazione turistica del mio paese e mi è andata bene così.

Non sono le medaglie che fanno gli uomini. Ci sono persone, atleti della Nazionale, che non hanno mai vinto nulla ma sono eccezionali, e con le quali sono ancora molto amico. Non è che perché io ho vinto una medaglia olimpica mi senta migliore di altri, anzi. Io resto quello che sono e l’ho sempre pensata così. Il valore non lo danno le medaglie. La vita è fatta di altro.

Poi però è ‘rientrato’ in Federazione  

Anche qui le coincidenze sono state molte. Siccome la passione non muore mai, sono tornato ad allenarmi e in palestra ho incontrato un signore, Luigi Capaldo, originario di Roma che veniva qui a Merano in vacanza. Una parola tira l’altra, lui aveva tanta voglia di fare e ora, a distanza di pochi anni, lui è diventato il Presidente del nostro comitato regionale e io responsabile tecnico regionale. Era destino che ci incontrassimo.

E com’è la vita da tecnico? 

Sicuramente diversa ma mi trovo a mio agio, è il mio ambiente, mi piace. Senza pretese ovviamente ma nel nostro piccolo mandiamo tutto avanti. Sento di essere rientrato nella mia famiglia. Io ho vissuto per tanti anni a Roma, tra l’Acqua Acetosa, Pignatti, Fiamme Oro, Turcato, il Presidente Pellicone e la federazione era casa mia.

Cosa la caratterizza come uomo, come atleta? 

La perseveranza, la voglia di arrivare, la voglia di allenarmi e non mollare mai. Anche io ho avuto degli intoppi, di ogni genere: mi sono rotto un tendine, vari acciacchi fisici, ho avuto problemi familiari, ho avuto due figlie molto presto, mi sono sposato presto. Ma ho sempre cercato di stare in riga, grazie anche all’aiuto di alcune persone tra cui il mio allenatore Pignatti, che è stato un grande alleato, umanamente e sportivamente. Perché allenarsi è bello, bellissimo, ma c’è anche il giorno in cui si fa fatica, per i motivi più disparati. Noi stavamo sempre insieme tra collegiali, ritiri, allenamenti, gare ed ecco che Pignatti diventò il mio punto di riferimento. È stato un padre dentro e fuori la palestra, anche perché io rispettavo lui e lui rispettava me. Gli devo tanto da tutti i punti di vista. Peccato sia scomparso prematuramente in modo così improvviso. Lui era una vera e propria stampella per me, fonte di supporto, di consigli e ho sofferto molto quando ci ha lasciato. Può anche essere che la scomparsa di Pignatti abbia innescato il mio percorso di allontanamento dalla pesistica.

Un’altra stampella fondamentale della mia vita è stata mia moglie, che non si è mai lamentata della mia vita da atleta e non mi ha mai rotto le scatole per i miei continui viaggi. Io ho due figlie e quando sono nate in entrambi i casi non c’ero. Quando è nata la prima ero alle Olimpiadi di Los Angeles, lei è nata il 4 di agosto e io ho gareggiato il 7; e con la seconda stavo facendo i Campionati del mondo in Francia. Con mia moglie ci sentivamo per telefono, io rassicuravo lei e lei rassicurava me, sostenendomi sempre. Sono cose che servono nella vita di uno sportivo. Bisogna avere degli alleati, dei bastoni che supportano e sopportano. Sono stato fortunato.

E ora Luigi Capaldo è sicuramente una nuova stampella. Caratterialmente sia due poli opposti e forse per questo ci compensiamo bene: lui è intraprendente ed espansivo, completamente diverso da me, che sono chiuso e riservato.

Come li vede i ragazzi di oggi? 

Non so dare un giudizio. Io ero più introverso, oggi li vedo tutti estroversi. Molte cose le vedo a modo mio, ma non è detto che ci sia un modo giusto e uno sbagliato. Semplicemente i tempi cambiano, come io la vedevo in modo diverso da mio padre e le mie figlie la vedono in modo diverso da me. Sicuramente i tempi non aiutano. Questo 2020 è un anno particolare, è tutto molto strano. Speriamo che come è arrivata, questa storia finisca il più presto possibile. Spero che lo sport possa ancora essere fonte di educazione, di trasmissione di valori concreti per la vita.