601di Livio Toschi

Dopo aver esaminato gli aspetti artistici e culturali della XVII Olimpiade, è necessario soffermarsi sugli impianti.
Leggiamo nel Rapporto Ufficiale:

«DAL PUNTO DI VISTA URBANISTICO GLI IMPIANTI SONO STUDIATI E COSTRUITI SU DUE DIRETTRICI PRINCIPALI, E CIOÈ: CENTRO OLIMPICO NORD COMPRENDENTE IL FORO ITALICO, SITUATO IN UNO DEI LUOGHI PIÙ CARATTERISTICI DELLA CITTÀ, CHE SI ESTENDE TRA LE VERDI PENDICI DI MONTE MARIO E LE COLLINE DELLA FARNESINA; E CENTRO OLIMPICO SUD SORTO NEL COMPRENSORIO DELL’EUR, PREFERITO PER L’AMPIEZZA DELLE SUE ZONE VERDI IN CONSIDERAZIONE DELL’ACCRESCIMENTO EDILIZIO QUALIFICATO».

Si attua così il programma di massima elaborato dal CONI già nel 1940. Il piano per l’Olimpiade del 1960 rappresenta infatti la conclusione di un tortuoso cammino intrapreso molti anni prima, un sogno stupendamente concretizzato in quei Giochi “a misura d’uomo” che restano tuttora memorabili.

In un ideale legame con il passato (come più di mezzo secolo prima aveva proposto il barone de Coubertin) il Comitato per l’Arte, in accordo con la Soprintendenza ai Monumenti del Lazio e con il Comune di Roma, decise di utilizzare la Basilica di Massenzio per gli incontri di lotta e la palestra occidentale delle Terme di Caracalla per le competizioni di ginnastica. La maratona, partita dal Campidoglio alle 17.30 del 10 settembre, si concluse in serata sotto l’Arco di Costantino dopo aver percorso alcuni chilometri dell’Appia Antica. Nella stupenda Piazza di Siena a Villa Borghese, da molti decenni sede di attività sportive, si disputarono alcune gare di equitazione. Scenari davvero unici che contribuirono non poco a rendere indimenticabili quei Giochi.

All’EUR il Palazzo dei Congressi (Arch. Adalberto Libera), uno dei principali edifici della mancata Esposizione Universale del 1942, ospitò la scherma. S’inaugurarono il Palazzo dello Sport (Arch. Marcello Piacentini e Ing. Nervi) e il Velodromo Olimpico (architetti Cesare Ligini, Dagoberto Ortensi e Silvano Ricci), oltre alla Piscina delle Rose (Ing. Mario Biuso) e ai campi delle Tre Fontane (Arch. Maurizio Clerici). Il Palasport, a pianta circolare, ha un diametro esterno di 122 metri e una capienza di 11.000 posti sugli spalti. Fu sede delle gare di basket e di pugilato. Il Velodromo, demolito nel luglio 2008, disponeva di 12.500 posti sulle tribune a crescent, ossia a mezzaluna, sulla scia delle teorie elaborate negli anni Venti dall’ingegnere statunitense Gavin Hadden, e la sua ottima pista fu realizzata in legno Doussiè del Camerun su progetto degli architetti tedeschi Clemens ed Herbert Schürmann.

A nord, su un’area di 22 ettari all’Acqua Acetosa, il CONI diede vita a un complesso comprendente campi, palestre, una piscina, ostello, mensa, servizi vari, uffici e l’Istituto di medicina dello sport (Arch. Annibale Vitellozzi).
Nel rinnovato poligono Umberto I a Tor di Quinto (Arch. Clerici) si disputarono le gare di tiro, allo Stadio dei Marmi al Foro Italico (Arch. Enrico Del Debbio) le eliminatorie di hockey su prato, nel limitrofo Stadio del Nuoto (architetti Del Debbio e Vitellozzi) quelle di nuoto, pallanuoto e tuffi. Lo Stadio Olimpico, inaugurato nel 1953 ma in cantiere già da un quarto di secolo (progettisti nel dopoguerra: Ing. Carlo Roccatelli e Arch. Vitellozzi), fu il naturale teatro delle cerimonie di apertura e di chiusura e ospitò l’atletica leggera. Pochi dati tecnici: assi esterni di m. 319 x 186, assi interni di m. 206 x 94, piano di gioco interrato di 4,50 metri, 65.000 posti a sedere.

Il Villaggio Olimpico sorse nell’area del Campo Parioli grazie a un’apposita convenzione con il CONI: l’INCIS costruì gli alloggi per ospitare gli atleti partecipanti alle manifestazioni olimpiche, destinandoli poi agli impiegati dello Stato. Il Villaggio di Roma, progettato dagli architetti Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Moretti, era composto da 1.348 appartamenti con 4.723 vani utili e 2.960 vani di servizio, per un volume totale di oltre 580.000 mc. Dei 35 ettari del Villaggio ben 16 furono destinati a verde, 12 a strade, piazze e marciapiedi, 7 alle residenze, ossia appena il 20%. L’apertura ufficiale avvenne il 25 luglio 1960: le bandiere del CIO e delle 83 nazioni partecipanti salirono sui pennoni al suono dell’Inno del Sole di Mascagni.

Tra le nuove costruzioni della zona settentrionale ricordo lo Stadio Flaminio (Arch. Antonio Nervi e Ing. Pierluigi Nervi), sorto sulle ceneri del vecchio Stadio Nazionale del 1911, divenuto poi Stadio del PNF e infine intitolato al Torino dopo la sciagura di Superga. I suoi assi misurano m. 181 x 131, ossia il maggiore è di poco più piccolo dell’asse minore dell’Olimpico. Ospitò semifinali e finali del torneo di calcio. Presso il Flaminio prese corpo il Palazzetto dello Sport (Arch. Vitellozzi e Ing. Nervi), dove gareggiarono gli “Ercoli” del sollevamento pesi. Lo stupendo edificio, che ha un diametro interno di 58,50 metri e altezza di 21 metri, fu il primo impianto ultimato dopo l’assegnazione dei Giochi: precisamente il 15 settembre 1957.