60di Livio Toschi

Il 19 maggio scorso la Giunta del CONI ha scelto Roma quale candidata italiana per organizzare l’Olimpiade del 2020. Poiché quest’anno cade anche il cinquantenario della XVII Olimpiade, disputata nella capitale dal 25 agosto all’11 settembre 1960, se ne stanno riesaminando da ogni angolazione i fatti, i protagonisti e gli impianti. Anche la FIPCF, naturalmente, vuole ricordare La Grande Olimpiade, che realizzò finalmente l’antico sogno del barone de Coubertin: «Desideravo Roma – aveva scritto – perché soltanto là […] l’Olimpismo avrebbe indossato la toga sontuosa, tessuta d’arte e di pensiero, di cui io, fino dal principio, volevo ammantarlo» (Mémoires Olympiques). Nei primi due articoli, in omaggio a de Coubertin, tratteremo proprio delle manifestazioni artistiche e culturali connesse a quei Giochi, un po’ trascurate nelle pur innumerevoli rievocazioni di questi mesi.

Alla XVII Olimpiade parteciparono 83 nazioni, per un totale di 5.348 atleti (610 le donne), che si affrontarono in 150 competizioni. Anche se giocavamo in casa, va sottolineato il grande risultato dell’Italia, che conquistò 13 medaglie d’oro, 10 d’argento e 13 di bronzo (tra cui quella di Sebastiano Mannironi): per numero di vittorie ci precedettero soltanto l’URSS (43) e gli USA (34).
La Grande Olimpiade venne inaugurata in un assolato pomeriggio d’agosto. Il Presidente della Repubblica – Giovanni Gronchi – aveva appena letto la rituale formula d’apertura davanti alle squadre schierate sul campo, che fece il suo ingresso nello Stadio Olimpico la bandiera con i cinque anelli, accolta da tre squilli dell’Inno del Sole, dall’Iris di Pietro Mascagni. Fu quindi lentamente innalzata sul pennone al suono del vecchio Inno Olimpico, composto nel 1896 dal greco Spiros Samaras (testo del poeta Kostis Palamas). Un volo di 7.200 colombi si librò nell’aria e tutte le campane di Roma suonarono a festa mentre l’ultimo tedoforo accendeva la fiamma nel tripode posto in alto sugli spalti gremiti di folla: erano le 17 e 30’ del 25 agosto 1960. Il discobolo Adolfo Consolini, con voce rotta dall’emozione, lesse allora il giuramento olimpico stringendo nella mano sinistra un lembo del Tricolore. L’Inno di Mameli concluse la suggestiva cerimonia di apertura.

Le manifestazioni artistiche e culturali dipendevano tutte dal Comitato per l’Arte, presieduto dal Prof. Arch. Guglielmo De Angelis d’Ossat, Direttore generale delle Antichità e Belle Arti. Al segretario Romolo Passamonti, storico dello sport scomparso poco prima dell’inizio dei Giochi, subentrò Roberto Vighi, direttore di Villa d’Este e di Villa Adriana.
La più importante manifestazione del settore fu la mostra Lo Sport nella Storia e nell’Arte, allestita dall’architetto Franco Minissi al primo piano del Palazzo delle Scienze all’EUR. Diretta da Vighi (che ne curò anche il catalogo) per conto del Ministero della Pubblica Istruzione, la mostra venne inaugurata dal Presidente della Repubblica. Divisa in 28 sezioni, occupò 7.000 mq e riunì oltre 2.300 opere (di cui un migliaio originali) provenienti da più di cento musei italiani e trenta biblioteche. Rimase aperta dal 14 luglio 1960 all’8 gennaio 1961.

Spiegava Vighi nella Premessa del catalogo:

«SCOPO PRINCIPALE DELLA MOSTRA È PRESENTARE A QUANTI CONVERRANNO A ROMA PER I GIOCHI E A QUANTI SI INTERESSANO DI STORIA DEGLI SPORT, UN’ABBONDANTE MESSE DI MATERIALE ICONOGRAFICO E BIBLIOGRAFICO D’OGNI GENERE, IN MODO DA OFFRIR LORO UNA VISIONE PIÙ COMPLETA POSSIBILE DEI DIVERSI ASPETTI DELLA VITA SPORTIVA IN ITALIA DALL’ANTICHITÀ ALLA FINE DEL SEC. XIX.L’ORDINAMENTO SEGUE IL CONCETTO DI RAGGRUPPARE LE OPERE SECONDO I DIVERSI GENERI SPORTIVI AFFINCHÉ DI CIASCUNO DI ESSI POSSANO CHIARAMENTE RISULTARE I PARTICOLARI, LE VARIANTI E L’EVOLUZIONE ATTRAVERSO I TEMPI.
L’IMPORTANZA CHE LO SPORT EBBE NELL’ANTICHITÀ CLASSICA QUALE FONTE D’ISPIRAZIONE ARTISTICA È COSA UNIVERSALMENTE NOTA. IL BINOMIO “ARTE E SPORT” FU INSCINDIBILE AL PUNTO CHE NON SI POTEVA CONCEPIRE IL NASCERE E L’EVOLVERSI DELL’ARTE SENZA LA COSTANTE ESPERIENZA PLASTICA, LINEARE E DINAMICA FORNITA ALL’ARTISTA DAGLI ESERCIZI DELLA PALESTRA, DALLE GARE DELLO STADIO, DAI CORPI STESSI DEGLI ATLETI».

Oltre al catalogo il Comitato Organizzatore dei Giochi pubblicò un elegante volume, sempre a cura del Vighi, che raccoglieva 350 delle opere esposte alla mostra. Giulio Andreotti, quale presidente del Comitato, ne scrisse la Prefazione.
Al centro dello scalone d’onore del Palazzo delle Scienze fu collocato il modello della monumentale statua bronzea di Emilio Greco simboleggiante La Fiaccola Olimpica, nel 1960 posta all’esterno del Palazzo dello Sport e ora nell’atrio della sede del CONI al Foro Italico. I Mosaicisti Ravennati eseguirono le copie dei due famosi mosaici di Piazza Armerina che raffigurano la corsa di quadrighe nel Circo Massimo e le cosiddette “ragazze in bikini”, una delle quali maneggia con disinvoltura due piccoli manubri. Plastici e diorami accrebbero l’effetto scenografico dell’esposizione, che riscosse un notevole successo di critica e di pubblico.

Le prime sezioni erano dedicate all’atletica leggera. Seguivano: calcio, ciclismo, sport invernali, nuoto, pesca, canottaggio, giochi di forza, lotta e pancrazio, pugilato, scherma, ludi gladiatori, venationes, caccia, tiro a segno, sport equestri, giostre e tornei. Concludevano la mostra 4 settori particolari: gli edifici sportivi dall’antichità al XIX secolo, le costruzioni per le moderne Olimpiadi, gli ex libris ispirati allo sport, gli artisti premiati ai concorsi d’arte olimpici dal 1912 al 1948.
Quella che più c’interessa è, ovviamente, la sezione XV (antistante il Salone d’Onore), dedicata ai Giochi di forza. Tra i 43 pezzi esposti, in massima parte costituiti da stampe riguardanti le Forze d’Ercole e da modelli di “macchine” che ancora oggi uomini prestanti trasportano per le vie di alcune città, vanno menzionate due copie di celebri statue: quella piccola (36 cm), in bronzo, di Atlante che sorregge il mondo, e quella enorme (317 cm), in marmo, di Ercole in riposo, più nota come l’Ercole Farnese. Quest’ultima, realizzata nel III secolo d.C. dall’ateniese Glykon probabilmente quale copia di un bronzo di Lisippo, fu rinvenuta alle Terme di Caracalla e si trova al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’Atlante dello scultore fiammingo Jean Boulogne (detto il Giambologna) è conservato al Museo del Bargello, a Firenze. Assai curiosa è un’incisione del celebre artista romano Bartolomeo Pinelli, custodita al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, che mostra l’esercizio detto “il braccio d’acciaio”.

Il catalogo ci spiega che le Forze d’Ercole erano «pubblici esercizi basati su esibizioni di forza fisica».

«SQUADRE DI UNA TRENTINA DI ATLETI, CHE DOVEVANO NECESSARIAMENTE ESSERE MOLTO AGILI E ROBUSTI, COSTRUIVANO DELLE VERE E PROPRIE PIRAMIDI UMANE, CHE RAPPRESENTAVANO SOGGETTI DIVERSI QUALI L’ÀNARA, EL LEON, LE TREDESE TESTE, LA CARÉGA IMPERIAL, EL GRAN MOGÒL ED ALTRI. VINCEVA LA SQUADRA CHE RIUSCIVA A COSTRUIRE LA PIRAMIDE PIÙ ALTA, RESISTENDO IN QUELLE DIFFICILI POSIZIONI IL MAGGIOR TEMPO POSSIBILE […]. LE FORZE D’ERCOLE ERANO ESEGUITE O IN PIAZZA S. MARCO O SU ZATTERE NELLA LAGUNA: DECADDERO VERSO LA METÀ DEL XIX SECOLO. A BOLOGNA, DOVE SI EFFETTUAVANO NELLA PIAZZA MAGGIORE, PRESERO IL NOME DI PIRAMIDE CINESE».

Sulle “macchine” sopra citate leggiamo ancora il catalogo.

«PROVE DI FORZA A CARATTERE POPOLARE, CHE HANNO RESISTITO FINO AI NOSTRI GIORNI AL LOGORIO DEL TEMPO, SONO IL TRASPORTO A BRACCIA, IN OCCASIONE DI FESTE RELIGIOSE, DI STATUE COLOSSALI (COME I GIGANTI A MESSINA), O DI STRANE E COMPLICATE MACCHINE A FORMA DI ALTISSIMI CAMPANILI DI LEGNO (COME I GIGLI A NOLA) O DI CERI (COME QUELLI DI GUBBIO), O DI TABERNACOLI CUSPIDATI (COME QUELLI DI VITERBO E DI CATANIA)».

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immagini della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Roma 1960