di LIVIO TOSCHI

manSebastiano Mannironi, nato a Nuoro il 22 luglio 1930, si scopre pesista casualmente, dopo aver praticato atletica leggera e pugilato. Ha 19 anni quando entra nella palestra dei Vigili del Fuoco a Nuoro: visto a terra un bilanciere carico, lo alza con estrema facilità. L’allenatore Frediano Papi fiuta il campione e non se lo lascia scappare.

Nel 1950 si afferma nei gallo ai campionati provinciale e regionale. Nel 1951 è secondo al campionato italiano. Nel 1953, dopo il servizio militare e il passaggio alla Polisportiva Gennargentu, nei gallo vince a Varese il primo titolo assoluto e coglie il primo successo internazionale, conquistando il bronzo al Campionato Europeo di Stoccolma. Ripete l’impresa, nei piuma, l’anno seguente a Vienna, nel 1955 a Monaco di Baviera e nel 1966 a Berlino Est. Vince l’argento in cinque Europei: nel 1956 a Helsinki, nel 1958 a Stoccolma, nel 1959 a Varsavia, nel 1960 a Milano e nel 1963 ancora a Stoccolma. Nel 1961, al Palazzo dello Sport di Vienna, solleva 357,5 kg ed è campione continentale a pari merito con il sovietico Evgeni Minaev.

Si mette in luce anche ai Campionati del Mondo, classificandosi quarto nel 1953, 1954 e 1955, secondo a Teheran nel 1957 e a Vienna nel 1961, terzo a Stoccolma nel 1958 e ancora terzo a Varsavia nel 1959. E non vanno trascurati altri ottimi piazzamenti: 6° nel 1962, 4° nel 1963, 5° nel 1964 e 1966 (nel suo ultimo Mondiale alza 355 kg).
Il 28 giugno 1958, durante il campionato assoluto, stabilisce il primato mondiale di strappo, categoria piuma (111 kg). Al Grundig Sport Palace di Lavis, paesino presso Trento, quel sabato pomeriggio sono presenti il presidente e il vice presidente della FIAP, Antonio Valente e Salvatore Gallo, il vice presidente della FIHC, Giuseppe Merlin, e il commissario tecnico Pierino Gabetti, quasi presagiscano l’exploit. Mannironi, alzati di strappo 105 kg nella prima prova, fallisce i 111 kg nella seconda, ma li solleva «senza sforzo apparente» nella terza. Il giorno seguente al grande Sebastiano tocca l’onore della prima pagina sulla Gazzetta e sul Corriere dello Sport. Un telegramma dell’avvocato Giulio Onesti, presidente del CONI, afferma che «il magnifico primato conseguito dall’atleta Mannironi premia le sue eccezionali doti di tecnica, serietà, volontà». Già all’inizio del 1958, comunque, durante la gara di selezione per l’incontro con la Francia a Parigi, Sebastiano ha “strappato” 109,900 kg. Il record di Lavis giunge dopo una nutrita serie di primati nazionali del campione di Nuoro: 4 nei gallo e 25 nei piuma.

Arriva l’Olimpiade di Roma e Mannironi è in gran forma: ha sollevato 362,5 kg (record italiano) nella preolimpica di Bracciano in febbraio, 352,5 kg all’Europeo di Milano in maggio, 362,5 kg al campionato italiano di Bologna in giugno. Nel meraviglioso Palazzetto dello Sport di Nervi e Vitellozzi, gioiello dell’architettura sportiva, in piena notte solleva 352,5 kg e si aggiudica il bronzo alle spalle di Minaev e dello statunitense Isaac Berger. La sua medaglia, l’unica conquistata dalla FIAP in quei Giochi, è anche una rivincita sulla sfortuna, visto che all’Olimpiade di Melbourne ha perso una medaglia sicura a causa di un infortunio durante l’esercizio di strappo. E pensare che aveva persino lasciato il suo posto alla Banca Nazionale del Lavoro, che non gli concedeva i giorni di permesso necessari alla preparazione.
All’Olimpiade del 1964 si presenta in condizioni ottimali e solleva 370 kg, un risultato che un anno prima sarebbe stato record del mondo, ma che a Tokyo gli frutta solo un quinto posto e la soddisfazione di aver migliorato due primati italiani (distensione e totale).
Ai Giochi del Mediterraneo si aggiudica due volte l’oro: nel 1955 a Barcellona e dodici anni più tardi a Tunisi, quando ha 37 anni e alza ancora 345 kg. La mancata partecipazione della FIAP ai Giochi di Beirut nel 1959 e l’esclusione delle gare di pesistica ai Giochi di Napoli nel 1963 lo ha privato di altri due sicuri successi. Conclusi i Giochi del 1967, commenta Emilio Duranti su “Atletica Pesante”:

«Mannironi, sardo di buona tempra, è semplicemente commovente.Merita un capitolo a parte. Pur non essendo più in verde età, sportivamente parlando,  si batte per orgoglio, con quella passione pressoché innata nei pesisti, ma soprattutto con ammirevole grinta, che rappresenta al tempo stesso un monito ed un esempio per i giovani.
Sebbene consapevole di essere ormai tagliato fuori dai grandi traguardi, eccolo sempre in prima linea a dar prova di talento e di tenacia. È il “vecchio leone” ancora validamente sulla breccia, che fa udire il ruggito.  A Tunisi, infatti, con una potente “zampata”, ha fatto il vuoto intorno a sé aggiudicandosi – tra la generale ammirazione – la medaglia d’oro.
Bravo Mannironi! Un bravo sincero da un vecchio cronista che da circa mezzo secolo ammira le prodezze – anche in altre discipline – degli umili e generosi atleti della terra dei nuraghi».

Dal 1959 al 1968, con il G.S. Fiamme Oro di Roma, vince 6 volte il campionato nazionale a squadre. Nel 1966, 1967 e 1968 s’impone nella rinata Coppa Italia (l’ultima edizione risaliva al 1952). Nel 1963 riceve il Bilanciere d’Oro, il trofeo messo in palio da Giuseppe Merlin e destinato al pesista che nel quadriennio 1960-63 avesse ottenuto il miglior punteggio (supera largamente Renzo Grandi, classificatosi secondo).
Veste 30 volte la maglia azzurra: l’ultima il 28-29 maggio 1968, in occasione del triangolare Italia-Romania-Israele a Verona. Abbandona l’attività agonistica all’inizio del 1969, dopo aver collezionato anche 15 titoli nazionali assoluti consecutivi (dal 1954 al 1968), gareggiando fino al 1957 con la Polisportiva Gennargentu di Nuoro, nel 1958 con l’ENAL di Roma, dal 1959 con le Fiamme Oro di Roma. A commento del suo ultimo campionato, quello di Milano nel 1968, si legge su “Atletica Pesante”:

«Sebastiano Mannironi ha voluto chiudere la sua carriera incomparabile con un ennesimo successo, ottenuto con una misura che, per un atleta della sua età, è notevolissima. Inutile spendere altre parole per questo meraviglioso atleta, che ci ha già fatto esaurire tutta la provvista di aggettivi».

Dopo aver partecipato al primo corso di aggiornamento per istruttori di pesistica, tenuto alla Scuola Centrale dello Sport all’Acqua Acetosa, il 20 luglio 1969 viene inserito dal Consiglio di Settore nello staff tecnico federale.
Contiamo le sue medaglie più preziose: un bronzo all’Olimpiade di Roma, 2 argenti e 2 bronzi ai Mondiali, un oro, 5 argenti e 4 bronzi agli Europei, 2 ori ai Giochi del Mediterraneo. Un palmarès eccezionale, soprattutto perché, per i regolamenti dell’epoca, le medaglie si vincevano esclusivamente nel totale! Soltanto dal 1969, infatti, la FIHC decide di assegnare medaglie anche nei singoli esercizi (ma non alle Olimpiadi). Quasi una beffa per Mannironi, che ha appena abbandonato le gare: se quella decisione fosse arrivata qualche anno prima, è certo che Sebastiano avrebbe incrementato notevolmente il suo già pingue bottino di successi.
Tra gli innumerevoli e prestigiosi riconoscimenti segnalo la sua inclusione, nel 1996, nella Weightlifting Hall of Fame.
Ha scritto Alfonso Castelli (“Atletica Pesante”, 25 gennaio 1969):
«Dopo Ignazio Fabra, è oggi la volta di un altro grande, grandissimo campione, che dà l’addio allo sport attivo. Eravamo abituati a vedere l’atleta sardo da più di quindici anni e ogni volta restavamo commossi ed entusiasti del suo impegno, della sua classe, del suo stile. Mannironi era ormai parte integrante della pesistica italiana e fu proprio con un senso di profondo rammarico che i dirigenti federali decisero di rinunciare a farlo partecipare ai Giochi Olimpici di Città del Messico. Ma Mannironi stesso, con la sua ammirevole serietà e l’orgogliosa dignità di grande atleta, chiese di essere escluso dalla squadra perché non si sentiva – lui che era sempre apparso tra i protagonisti delle maggiori prove internazionali – di remigare in una posizione di centro, nella sua ultima Olimpiade. E questo gli fa molto onore.
Oltre che per i risultati tecnici eccezionali, Mannironi resterà nella storia della pesistica italiana come esempio di stile inimitabile, come modello di passione sportiva. Purissimo dilettante, che dallo sport non ha mai ricavato il minimo utile economico, ha sempre curato la sua preparazione alle gare con la serietà ed il puntiglio di un professionista».

Mannironi
Mannironi Sebastiano Mannironi sul podio dei Giochi Olimpici di Roma 1960