Tu, Davide, sei un uomo FIPE da tanto tempo… 

Durante l’ultima Assemblea Regionale ho realizzato dentro di me una cosa importante, che poi ho detto: Io sono la FIPE, mi sento la FIPE. Dopo 33 anni di arbitraggio, prima atleta, poi dirigente, ormai è praticamente una parte della mia vita. Ora io la rappresento in quanto Presidente del Comitato Regionale Campania, ma più in generale è parte del mio vissuto, è parte di me e lo sento.

Poi stando in Federazione da tanti anni e avendo vissuto la vita federale in prima linea, ho incontrato tante persone, con cui ho condiviso emozioni, gare, eventi.

Per tanti anni sono stato anche la voce della Federazione. Io abito a Napoli, dove tempo fa c’era l’industria Italsider; noi ragazzi, all’epoca, praticavamo tutti la lotta perché il circolo sportivo dell’industria era fortissimo in questa disciplina e rappresentava una sorta di trampolino di lancio per entrare a lavorare lì. La squadra di lotta dell’Italsider era di livello nazionale e tutti i miei amici, che andavano lì, un giorno portarono anche me. Poi, stando lì, venimmo a sapere che si era aperta un centro di pesistica allo Stadio Collana; andammo a vedere per curiosità e ci siamo rimasti. Lì ho incontrato il maestro Gennaro De Vita, il ‘Maestro’ per antonomasia, la persona con cui ho scelto di restare attaccato per la vita. Anche perché a 83 anni ha ancora molto da dire, è una forza. In comitato è tuttora il mio braccio destro e nella mia rielezione ho voluto proporlo all’assemblea regionale come Presidente onorario. È il nostro motore ed esempio. Una delle cose belle della FIPE, motivo per il quale la ringrazierò sempre, è che mi ha fatto conoscere tante persone. A me piace la gente, mi piace la relazione con le persone! Sarà che sono meridionale, napoletano oppure è un fatto mio personale, non lo so: ma mi piace conoscere e stare con le persone e la FIPE mi ha dato questa grossa opportunità.

Stando in FIPE mi si sono aperte molte porte! C’era un Maresciallo della Polizia, allora responsabile degli arbitri a livello nazionale, che un giorno mi disse: “Ehi tu, devi fare l’arbitro, devi fare lo speakér”. E io: “Maresciallo, guardi che si dice spéaker”. E lui: “No no, tu devi fare proprio lo speakér!”. Fu così che diventai lo ‘speakér’ della Federazione. Se si chiede di me a qualche arbitro di una certa età, infatti, è molto probabile che lui mi si ricordi come Davide Pontoriere “ ’o speakér”.

Ho cominciato così a fare le gare nazionali e a girare tutta l’Italia per 33 anni. Ho fatto tutti i campionati italiani, tutte le gare più importanti, c’ero io come speakér. All’epoca non c’era elettronica, era tutto fatto a mano, tabulati e modelli da riempire per le classifiche: un lavoro incredibile da fare per noi notai della Federazione! Bisognava anche essere veloci! La mattina alle 7.00 ci si sedeva al tavolo di giuria e a volte ci si alzava a mezzanotte. Io avevo velocità e questa caratteristica voce molto forte, grazie al mio passato di militare in artiglieria. Mi ricordo che c’era un Maresciallo che ci diceva sempre “Non vi sento!” e allora io gridavo forte per farmi sentire. E da allora mi è rimasta questa voce. Tant’è che non ho mai avuto bisogno di un microfono per condurre la gara, per chiamare gli atleti. Parlo in modo preciso, chiaro e forte.

E nel vestire i panni di ‘Voce della Federazione’ ci ho sempre messo del mio, per giocare, sdrammatizzare. All’epoca, ad esempio, si gareggiava su 2 pedane, la pedana A e la pedana B; quest’ultima io non la leggevo ‘Bi’ come si dovrebbe, ma proprio ‘B’. Era una cosa che mi caratterizzava e se qualcuno mi diceva qualcosa io specificavo con orgoglio la mia pronuncia: ‘B’ e non ‘Bi’, aggiungendo: “Atleta sulla pedana ‘B’, se ci vuoi andare eccola là!”

Insomma, il percorso arbitrale è stato una sorta di percorso di vita.  

L’arbitro è come una chiamata, che ti sveglia di notte, una voce che viene dall’aldilà per annunciarti qualcosa di importante: “Tu devi fare l’arbitro!”. È un impegno, una sorta di vocazione. Che poi è anche molto educativo perché insegna il rispetto dei ruoli, degli altri, insegna a comunicare, a gestire le situazioni. E di situazioni complicate me ne sono capitate negli anni, momenti di tensione, di tutti i colori! Ricordo un Campionato mondiale di qualche anno fa in cui facevo l’arbitro; dietro di me si piazzò il russo Karapetyan, guardava come gestivo il tabulato (che era fatto a mano) con passaggi, precedenze, incasellamento dei kili. Era enorme, aveva le ciglia lunghe, imponente! Sentivo il suo fiato dietro di me, la sua voce, questi occhi puntati. È stato dietro di me per 10 minuti e io ho sudato per tutto il tempo, fino a quando non mi mise la mano sulla spalla e mi disse ‘OK’ e andò via. Quando si dice “avere il fiato sul collo”!

L’arbitro, come succede per gli atleti, ha un solo scopo, quello di andare alle Olimpiadi: è una missione. Poi è possibile che non ci si riesca, ma il viaggio verso quella meta già vale la pena.

Tra i momenti di grossa tensione ricordo un Campionato Europeo quando per la prima volta introducemmo un computer per la gestione della gara. Fino al giorno prima non si riusciva a capire se questo programma sarebbe riuscito a funzionare. Alla fine, chi rimase sul tavolo di giuria col pc davanti, ero io e sono io che ho dovuto premere questo tasto per verificare se funzionava. Funzionò tutto per fortuna. Che poi è l’impegno personale che fa funzionare sempre tutto.

Negli anni quindi ti sei tolto molte soddisfazioni 

Sì, mi sono preso belle soddisfazioni, e conosciuto tanta gente, in giro per l’Italia. A me piace entrare nelle vite delle persone, conoscere le loro famiglie, ascoltarle. Ovviamente senza malizia, ma mi piaceva vivere il mondo della pesistica da dentro e conoscere personalmente la gente che lo frequentava. Anche per questo motivo, ero la voce della Federazione a tutti gli effetti. Negli anni ho costruito fantastici rapporti umani per cui ringrazierò sempre la FIPE per questa opportunità.

Ho conosciuto tutti della pesistica italiana: da Oberburger a Pignatti, Fornaciari e Gallo, per citare degli arbitri, e poi tutti, davvero tutti. Ho arbitrato anche gare del Presidente Antonio Urso, che veniva da Caltanissetta, guidato da Ettore Pilato e poi entrò in Fiamme Oro.

La gara che ti è rimasta più nel cuore? 

Le gare che mi hanno emozionato di più sono quelle dei ragazzi, perché sento la loro emozione delle ‘prime volte’ e provo a metterli a loro agio. Ricordo che qualche anno fa c’era un arbitro che aveva una somatica un po’ strana e allora i ragazzi avevano timore a salire in pedana; io, con altri colleghi, abbiamo provato a convincerlo a togliersi la barba e lui si imbarazzò pure, perché non pensava di avere questo effetto. Emozioni semplici, di vita da arbitro e da uomo.

Le gare dei bambini sono quelle dove sono sempre andato più volentieri, alle quali mi sono divertito di più. Vederli muovere i primi passi in pedana. Poi li rincontri negli anni, ti scambi emozioni del passato, ed è tutto un ‘ma ti ricordi?’. Ed è bello vedere che a distanza di anni loro ancora si ricordano dello ‘speakér’ e si condividano sprazzi di vita comuni di un evento. Ho arbitrato tante gare, a tutti i livelli, ma i ragazzi danno qualcosa in più. La gara più bella? È quella che faremo alla nuova riapertura, che spero avverrà presto. Perché noi abbiamo quella vocazione, quella delle gare. Io poi, ogni volta, tendo sempre a metterci qualcosa in più a livello organizzativo, non mi fermo mai: una volta è una pedana, un’altra il banner coreografico, poi la decorazione, i gadget per i ragazzi…insomma ci deve sempre essere qualcosa in più. Perché secondo me la gara deve essere la festa dello sport, soprattutto se ci sono i giovani. Su questo sono assolutamente d’accordo con il Presidente Urso quando dice che questo quadriennio vuole dedicarlo ai giovani.

Ormai sono tanti anni che facciamo collegiali regionali in cui raccogliamo gli atleti più promettenti delle società, organizziamo intere giornate di allenamento in cui si sta tutti insieme dalla mattina alla sera. Queste sono le giornate migliori e in questo momento ci mancano moltissimo. Ora faremo un collegiale on line, perché i giovani vanno impegnati in qualche modo, ma non è la stessa cosa. Purtroppo, quest’anno è andato così, ma i giovani vanno salvati perché in questa situazione rischiamo di perdere una generazione, è un peccato! I ragazzi aspettavano questi appuntamenti, che noi organizzavamo più volte durante l’anno, per incontrarsi, allenarsi insieme, stare insieme! Si creano dei rapporti umani bellissimi in queste occasioni e per i giovani sono momenti di crescita intensi.

Quando durante una gara la gente viene a chiedermi gadget o magliette io sono imperturbabile! Io non regalo niente a nessuno, le cose bisogna guadagnarsele. A volte mi rifiuto di darli persino agli allenatori. Poi divento anche antipatico ma devono capirlo, le magliette sono per i ragazzi! Il premio, la maglietta o qualsiasi cosa sia, deve avere un valore, così come le medaglie, e soprattutto quelle! Un ragazzo che vede qualcuno con la medaglietta in mano, una medaglietta regalata, che deve pensare? Qualcuno che magari sta lì per caso mentre lui invece ha lavorato, si è allenato, affrontando una gara, superando magari la paura della pedana. Che esempio diamo? La medaglia bisogna guadagnarsela, impegnarsi! Si cresce anche in questo modo!

Da arbitro poi sei passato ad essere Presidente del Comitato Regionale. Com’è avvenuto il passaggio? 

Mi hanno cercato! Una volta Vincenzo Smurro, Presidente della Pesistica Puglia per tanti anni, con cui ci vedevamo spesso alle gare sul territorio, mi chiese perché non pensavo a rivestire questo ruolo. Io la vedevo complicata, al di fuori di me. Poi me lo proposero: mi tremarono i polsi, però anche con un po’ di incoscienza, che mi ha sempre contraddistinto, mi sono buttato in questa avventura. Ho iniziato con 17 società in Regione, ora ne abbiamo 46. Adesso sto facendo il mio secondo mandato e direi che sta andando bene. C’è molto impegno ma d’altronde ci vuole passione nelle cose. Io lo dico sempre ai giovani: “Ragazzi la vita è fatta di passioni. Noi siamo un contenitore, più cose ci mettiamo dentro più possiamo dire di aver vissuto una vita piena”. Coltivare le passioni è una delle cose che mantiene in vita e io mi definisco un appassionato. Ho sacrificato per tanti anni i week end, molto tempo, lavoro, però sono le cose che ti piacciono quelle che mandano avanti. Se ti riescono bene poi ancora meglio!

Questi sono i motori della vita: la passione per lo sport, per le persone e poi c’è anche il senso di responsabilità di organizzare, portare aventi progetti, di mettere insieme le persone, farle lavorare insieme e creare il gruppo. Io ho sempre pensato a questo: creare gruppi e mettere insieme persone con cui collaborare. Sono sempre alla ricerca di qualcuno da coinvolgere, per dargli qualche opportunità, perché tante volte la gente aspetta solo questo, aspetta di essere visto, notato. Io sto cercando di fare con gli altri quello che hanno fatto con me. Io sono stato fortunato, ho avuto tante opportunità di crescita, di vita, che mi hanno dato emozioni. Gestire una gara è tanta roba a livello emotivo! Poi me ne sono capitate tante: per esempio, tanti colleghi, anche molto bravi, in momenti di difficoltà hanno buttato la tessera e sono andati via. Io non ho mollato mai il mio tesserino, nonostante le situazioni complicate che ho vissuto, in cui la prima via d’uscita era andarsene. E invece no. Tante volte ho dovuto ricominciare da capo però ne è valsa la pena.

Avendo vissuto così intensamente la Federazione, hai assistito a tutto il percorso fatto dalla FIPE 

Ho visto tutto il processo di indipendenza, vissuto tutte le motivazioni, tutti i primi movimenti, per cercare di affrancarsi dalla Fijlkam, Fijlpik all’epoca, diretta da Matteo Pellicone. A proposito di Fijlkam, ho arbitrato con Domenico Falcone: lo ricordo giovanissimo, veniva da Reggio Calabria e mi ci sono trovato a fianco in tante gare. Ricordo una volta andammo insieme in trasferta in Sardegna, e incontrammo in aeroporto un personaggio dell’epoca, Aldo Bergamaschi, giornalista del Corriere della Sera. Lui aveva appena noleggiato una macchina e noi gli chiedemmo un passaggio, proponendoci di guidare. Lui non sentì ragioni e volle guidare lui, perché la macchina era affittata a suo nome. Il problema era che guidava sempre in seconda e appena trovava una curva metteva in terza. Io e Mimmo dietro eravamo preoccupatissimi, attaccati ai seggiolini! Adesso ridiamo sopra questo aneddoto ma in quel momento fu drammatico!

Negli anni della FIPE hai vissuto momenti di buio e di luce 

Il lavoro fatto da Antonio Urso è stato straordinario: le sue competenze in campo tecnico, la sua lungimiranza in campo dirigenziale non hanno uguali. Accompagnati da una segreteria fantastica. Io conosco le dinamiche degli uffici e purtroppo in Italia c’è stato sempre troppo immobilismo, si faceva il minimo sindacale. Ora con la Segreteria guidata da Francesco Bonincontro è un’altra cosa. Se io riesco a fare quello che faccio, in Campania, a portare i risultati, è perché ho una segreteria dietro importante, che fa quadrare i conti alla perfezione. Questa non è piaggeria ma constatazione della realtà! Io a volte ne approfitto anche della disponibilità della Segreteria, promettendo forniture di sfogliatelle!

Speriamo che le competenze del Presidente possano avere l’impatto che meritano a livello internazionale 

Noi purtroppo abbiamo pagato amaramente tutta questa situazione internazionale, potevamo stare sicuramente in una posizione diversa da quella in cui siamo ora. Il problema è che ci sono delle dinamiche talmente incredibili che sfuggono a qualsiasi controllo. Bisogna solo sperare che qualcuno si guardi dentro e capisca cosa vogliamo fare: vogliamo davvero far sparire la pesistica dai Giochi? Una disciplina che da sempre è il fulcro delle Olimpiadi? Il problema è che ci sono altri sport che bussano, e che hanno un appeal televisivo molto più forte della pesistica, che sconta questo problema dei tempi morti, difficile da risolvere per una regia tv. Dovremmo inventarci qualcosa che dia più dinamismo alle immagini, per essere più telegenici. Purtroppo, però la gente non ragiona, pensa solo al proprio orticello e rovina tutto. Credo che ognuno di noi si debba impegnare a fare il proprio nel migliore dei modi per contribuire, perché tutti possiamo fare qualcosa. Dedicare tempo agli altri, allo sport: credo sia questa la chiave.