Roma-Scuola dello Sport. ZANETTI con i partecipanti al CORSO NAZIONALE MAESTRI DI PESISTICA

Quando inizia la sua passione per i pesi?

Quando avevo circa 16 anni mi sono fatto male a un ginocchio: cadendo su un vetro mi sono tagliato il quadricipite. Mi hanno portato in ospedale, mi hanno messo quattro punti e mi hanno fasciato la gamba che dopo un po’ si era atrofizzata, avevo molta meno forza. Iniziai a spulciare sui libri di cultura fisica che venivano dall’America, che parlavano dei pesi come mezzo per sviluppare forza e massa muscolare. Era verso la fine degli anni Sessanta e mi son detto: “Se questi esercizi vanno bene per l’America possono andare bene anche per la mia gamba!”. Così decisi con un mio amico di metter su una piccola palestra, nel vecchio pollaio della sua casa; abbiamo mandato via le galline e abbiamo costruito dei bilancieri con una sbarra di ferro e dei secchi pieni di bulloni, presi per strada. Questo è stato il mio primo approccio con il mondo della pesistica. Ho fatto una riabilitazione ‘self made’, ma ripensandoci a distanza di tempo devo dire che rispettavo anche un principio fondamentale, quello della gradualità dell’allenamento, visto che mettevo ogni giorno un bullone in più!

Quando ha deciso che i pesi sarebbero stati il suo lavoro?

In quel vecchio pollaio mi sono appassionato allo sport. A 20 anni mi sono diplomato in ragioneria e subito mi arrivarono delle buone proposte di lavoro; contemporaneamente però uscì anche il bando di concorso della Scuola dello Sport del CONI per diventare Maestro di sport. Io ho preferito fare le selezioni al CONI e lasciar perdere un lavoro certo. Quello è stato il vero bivio della mia vita. Ho seguito il cuore, l’istinto e non la testa, quella è stata la mia fortuna. Nei tre anni di Scuola dello Sport mi sono formato, approfondendo ogni aspetto della preparazione fisica e creandomi una cultura sull’argomento. Il resto è storia. La mia attività è andata in due direzioni: la prima nel campo della pesistica, dell’allenamento, ricoprendo tra gli altri anche il ruolo di Direttore Tecnico della Nazionale. L’altra strada riguarda l’organizzazione di gare ed eventi, dove ho maturato un’esperienza abbastanza importante.

Qui si inserisce anche il suo intenso lavoro all’interno della Federazione

Ho cominciato a lavorare per la Federazione nel 1974. Essendo di Udine conoscevo bene Marcello Zoratti, che allora era vicepresidente della Federazione Europea, e mi portava in giro per il continente per fargli da interprete, essendo io molto ferrato con il francese e l’inglese. In questo modo sono riuscito a farmi una bella esperienza anche in ambito internazionale. Poi, per una serie fortuita di eventi, ho preso parte anche all’organizzazione dei Giochi delle Isole dell’Oceano Indiano, in seguito ai quali fui chiamato per fare da speaker ufficiale delle gare di pesistica alle Olimpiadi di Seul 1988. Lì ho avuto modo di entrare in contatto con atleti e tecnici di ogni nazionalità, di vivere a pieno i Giochi, anche se in realtà non erano i primi a cui partecipavo. La mia prima esperienza a cinque cerchi fu nel 1972 a Monaco, quando fui mandato insieme ad altri colleghi studenti tra i più meritevoli della Scuola dello Sport. Non avevo una lira in tasca e si viveva di espedienti, ma la ricordo come un’esperienza stupenda. Ho anche avuto la disavventura di trovarmi a dormire, nella notte dell’attentato, nella stanza a fianco degli atleti israeliani che tra l’altro conoscevo perché avevamo fatto un allenamento collegiale in Italia un paio di mesi prima. E’ stata dura.

Lei che ha un’esperienza intensa della pesistica ai Giochi, cosa ne pensa della sua possibile esclusione?

E’ un dramma che stiamo soffrendo da parecchio tempo, perché sapevamo che la gestione di Ajan stava comportando questo rischio. Purtroppo, le numerose insistenze di Urso non sono riuscite prima a scalzare la sua impostazione e adesso non so come andremo a finire. Dobbiamo restare uniti e vedere se si riesce a trovare una soluzione per far restare in piedi la baracca. Credo che Antonio Urso si sia guadagnato una grande credibilità essendo stato il primo, se non l’unico, a portare avanti certi argomenti e credo che sia  un momento favorevole per far sentire la sua voce, visto che i fatti gli stanno dando ragione.

Quando lavoravo per la Federazione avevo tre sogni: il primo era quello di lavorare per una Pesistica che non fosse la Cenerentola della situazione, visto che condividevamo la federazione con altre discipline ed eravamo quella meno considerata. L’altro sogno era quello di vedere una Pesistica non al centro di problemi di doping. Il terzo sogno era che la Pesistica riuscisse ad avere maggiore considerazione come sport di base per i giovani e per la preparazione fisica generale.

Tutti e tre questi sogni sono stati realizzati da Antonio negli ultimi anni, perché la FIPE è diventata una federazione di serie A, nei numeri e nei risultati; la pesistica sta raggiungendo credibilità e autorevolezza anche al di fuori del nostro campo. Infine, il doping, considerando che l’Italia ormai è pulita da anni, avendo affrontato di petto questo problema, credo sia un problema talmente generalizzato da non potersi più attribuire solo ai pesi.

Lei si è battuto molto affinché la pesistica venisse considerata per quello che è, quindi come base preparatoria per tutte le discipline

Sì, ho sempre creduto in questo. Ho scritto un libro nel 1983, in cui parlavo di pesi e anziani e proponevo la pesistica come sport di base per mantenere attiva la popolazione anziana. Adesso è normale parlarne, mentre prima sembrava una cosa fuori da ogni logica.

Poi ho avuto anche il piacere di collaborare con Julio Velasco nel 1992, ancor prima delle Olimpiadi di Barcellona. Lui era venuto in Italia da poco e aveva capito che la preparazione fisica con i pesi era la base. Chiedendo informazioni al CONI, Roberto Fabbricini, allora responsabile della preparazione olimpica, fece il mio nome, in qualità di direttore tecnico della Nazionale di Pesistica. Per prima cosa spiegai a Velasco che se voleva fare potenziamento serio, per sviluppare la forza esplosiva e non la forza lenta, doveva fare strappi e slanci. Così lui iniziò ad introdurre questa metodica nella pallavolo.

Intanto lei stava mettendo su anche la sua palestra

La Miossport è nata nel 1984, ed è sempre stata focalizzata sui giovani. Parlare dei pesi per i giovani in quegli anni era impensabile e mi sono dovuto battere molto per introdurre la pesistica nelle scuole, trovando un viatico con il triathlon. Abbiamo introdotto delle metodiche tuttora valide, che stimolano la forza esplosiva, e tutta la catena cinetica posturale. Tutti quelli che lo hanno fatto allora e che continuano a praticarlo, compresi gli insegnanti di educazione fisica, si sono ricreduti sull’efficacia di questo sistema perché hanno capito che è valido per tutte le discipline. Sono contento di essermi fatto portavoce di questa piccola rivoluzione.

Nella sua lunga carriera ha potuto rivestire diversi ruoli; quali sono stati quelli che le hanno lasciato maggiori emozioni?

Negli anni Ottanta la Federazione mi aveva dato l’incarico di organizzare dei corsi di qualificazione per i tecnici, che si facevano all’Acqua Acetosa di Roma. Ne ho conosciuti e formati tanti. Lì ho avuto modo di costruirmi una grande esperienza, tanto da suggerire a Pellicone negli anni ’90, quando tutti volevano tecnici stranieri, di penderne invece solo di italiani. Il mio timore era che sottobanco ‘bombassero’ gli atleti, visto che molti erano abituati così. Noi invece avevamo costruito i nostri tecnici, abituati a lavorare in modo sano e senza doping. Purtroppo, come Direttore Tecnico, non ho avuto modo di lavorare in maniera serena perché i problemi erano molti, dalla scarsa disponibilità economica al doping dilagante a livello internazionale che non ci ha permesso di crescere.

Un’altra svolta culturale è stata nel 1981 quando mi ritrovai da solo insieme ad un tecnico finlandese, a seguire un corso internazionale della durata di un mese in Bulgaria, Nazione che faceva risultati pazzeschi in quel periodo. Ricordo che il Presidente bulgaro, che si aspettava con un sacco di gente per quel corso, voleva annullare tutto ma noi abbiamo insistito per restare. Così siamo stati un mese, io e il collega finlandese, a strettissimo contatto con gli atleti bulgari, a seguire i loro allenamenti e la loro vita, consentendomi di vedere molte cose che non avrei capito se il corso avesse seguito un iter ufficiale.

In quegli anni anche raccontare la pesistica non era impresa facile

Negli anni Ottanta la scuola russa era il modello di riferimento per i pesi. La Russia faceva una rivista mensile che trattava cultura fisica e pubblicava articoli scientifici di tutti gli sport, tra cui i pesi, ma purtroppo veniva distribuita solo lì. Invece io, tramite l’agenzia Italia-URSS, sono riuscito a farmi fare un abbonamento a questa rivista anche se rimaneva il problema della traduzione. Si propose di aiutarmi il papà del mio compare di nozze, che lavorava come traduttore a Roma nei Servizi segreti della Marina Militare. Quindi: mi arrivava la rivista, individuavo gli articoli, li fotocopiavo, li inviavo per posta al papà del mio amico, il quale li traduceva nelle sue notti di insonnia e poi me li rimandava per posta, scritti a mano ovviamente. L’unico problema rimanevano alcune frasi, la cui traduzione in linguaggio sportivo risultavano poco chiare. In Bulgaria, durante il famoso corso intensivo, ero diventato amico di un pesista che nel frattempo era diventato un camionista, che passava due volte al mese al confine di Trieste. Nonostante la comunicazione difficoltosa, visto che ancora non c’erano i cellulari, io mi facevo trovare lì, all’interporto di Fernetti, due mercoledì sera al mese. Quando arrivava gli offrivo la cena in una trattoria del posto, tiravo fuori i foglietti delle traduzioni, cercando di capirne al meglio il significato, incrociando la versione russa e italiana, ma parlando in inglese. Alla fine, dopo tutte queste peripezie, veniva fuori l’articolo tradotto che poi cercavo di divulgare come potevo. Pensare che adesso ci vogliono 5 minuti!

Cosa farebbe per la pesistica italiana adesso?

Io avevo dei sogni, ma ormai Urso li ha infranti perché li ha risolti tutti! Ma qualcosa si può ancora fare: in primis seguire di più l’esigenza delle società sportive, che soprattutto in questo momento hanno seri problemi di sopravvivenza, tra la burocrazia asfissiante e i giovani che non si vogliono più impegnare nello sport. Ho paura che siamo messi male se non troviamo soluzioni e facilitazioni.

Il mio secondo consiglio è quello di ascoltare di più le esigenze degli atleti, e dargli più soddisfazioni

Infine, l’ultimo consiglio riguarda proprio la burocrazia, la nostra burocrazia, e cioè quella dei regolamenti che son diventati impossibili! L’esempio più semplice è quello della distensione su panca che si basa sul movimento più elementare del mondo. Invece abbiamo un regolamento talmente complicato che un atleta a fine esercizio non sa se ha fatto un’alzata valida o no. La pesistica è uno sport di misura e invece abbiamo gli stessi problemi di giudizio che hanno gli sport di valutazione come la ginnastica. Questa è una problematica che si è riversata anche nei pesi.

Tra l’altro nel 1996, quando sono stato nominato membro della commissione tecnica della IWF, avevo proposto di snellire il regolamento, ma non c’è stato nulla da fare. Il presidente della commissione tecnica mondiale, il rumeno Baroga, estremamente conservatore, proprio in quell’anno aggiunse un’altra regola nell’esercizio dello slancio, che io non condivido, la quale prevede che il bilanciere debba essere immobile prima della spinta. Tutto questo ha portato a fare dell’arbitro il protagonista della gara e non più l’atleta e questo è un grave problema per il nostro mondo. Anche perché chi lo vede da fuori non capisce niente e questo ovviamente non porta a nulla di buono. Con il COVID, tra l’altro, la burocrazia è peggiorata ovunque: ora che sono presidente della società Miossport, passo 3 ore al giorno tra le scartoffie! Almeno cerchiamo di snellire il nostro mondo!