catE’ stato uno degli ultimi azzurri ad avere la chiamata olimpica. Matteo Cattini, suzzarese classe ’84, non ha mai perso le speranze e alla fine il suo sogno è stato esaudito. Un ragazzo tenace e determinato, che ha ‘usato’ questa sua volontà di ferro anche e soprattutto nel momento più difficile della sua vita, quando in tanti avrebbero gettato la spugna. E invece lui ci ha creduto, ed ora eccolo qui, a Rio de Janeiro per la sua Olimpiade da protagonista: Matteo salirà infatti in pedana il 10 settembre per disputare la gara nella categoria 65 kg.

“Quando lo scorso 11 aprile mi avevano detto che sarebbe andata solo Martina Barbierato mi ero messo il cuore in pace, ma quando poi 4 giorni dopo mi hanno richiamato per dirmi che qualche flebile speranza c’era io ho continuato a sognare e mi è andata bene”. Matteo Cattini fa ancora fatica a credere di essere un atleta olimpico ma sulla panca del Padiglione 2 di Riocentro ci sarà anche lui: “Spero di migliorare il mio personale ma non voglio sbilanciarmi sull’esito della gara”.

Inevitabile per Matteo ripercorrere il viaggio che lo ha portato in terra brasiliana. “Ero quasi morto, e ora gareggerò alle Paralimpiadi. Appena Sandro Boraschi mi ha chiamato per dirmi che sarei andato a Rio il primo pensiero è stato questo. E’ stata dura, ma sono riuscito a rialzarmi e ad arrivare dove sono ora. Dopo l’incidente di quel 2 giugno 2008 mi avevano dato per spacciato: sono stato ricoverato più di 8 mesi, a cui hanno seguito 3 anni di fisioterapia, ho fatto tanta strada ma alla fine mi sono rialzato. E’ stato un percorso difficile, perché non è facile uscire da quel buco nero, ma se si vuole si fa: la volontà è essenziale”. Un racconto di vita ancor prima che di sport quello di Matteo Cattini, che ha sempre guardato dritto davanti a sé, verso il futuro: “L’importante è non mollare mai, altrimenti si è finiti”. E’ con questo spirito che Matteo già si proietta al dopo Rio: “Dopo queste Olimpiadi ci sono quelle di Tokyo, poi magari quelle di Roma 2024, insomma c’è sempre da andare avanti; il nostro destino lo creiamo noi. E’ per questo che non ho portafortuna, perché il mio portafortuna sono io. Salirò in pedana e farò quello che devo: se hai un obiettivo cerchi di raggiungerlo e basta, fortuna e sfortuna non esistono”.