stradi Livio Toschi

 Se è vero che fin dalla notte dei tempi l’uomo ha corso e lottato per necessità o per gioco, è altrettanto vero che si è sempre compiaciuto della propria forza, esibendosi nelle prove più svariate e non di rado stravaganti: sollevare, sostenere, lanciare, tendere, piegare, spezzare, contrastare, spingere e trascinare, erano alcuni degli esercizi praticati. Inoltre, «fino all’apparizione delle armi da fuoco la forza costituì la principale risorsa dei combattenti, che su di essa facevano affidamento per sopravvivere» (Georges Lambert).

Più tardi, quando gli uomini cominciarono ad affrontarsi nelle contese sportive, compresero che per primeggiare dovevano allenarsi metodicamente. Per aumentare il loro vigore si servirono ingegnosamente di svariati oggetti quali macigni, tronchi, alteres, ecc., in linea con le moderne tendenze, che reputano la pesistica mezzo insostituibile per raggiungere risultati sempre più brillanti in qualsiasi sport.

Il padre della medicina scientifica, Ippocrate di Cos (V-IV secolo a.C.), elencò una serie di esercizi per mantenere sano il corpo, tra cui la lotta e i sollevamenti (anakinemata). I Greci utilizzarono alteri di pietra o di metallo, assai diversi nella forma e nel peso, sia per migliorare le loro prestazioni nel salto in lungo (sfruttando una tecnica che non ci è del tutto chiara), sia per irrobustire il fisico. L’allenamento con gli alteri, consigliato anche dai medici Antillo (II secolo d.C.) e Oribasio (IV secolo d.C.), prese il nome di alterobolia e veniva eseguito sotto il controllo dell’allenatore.

Lo storico Norman Gardiner ha confermato che gli alteri «erano molto usati, come oggi lo sono i manubri, e molti esercizi oggi fatti con i manubri erano noti ai Greci e praticati con assiduità, specialmente nel campo della ginnastica medica».

Nella luce del mito

Il titano Atlante, che nel paese delle Esperidi sostiene la volta celeste sulle spalle, il biblico Sansone, che abbatte le colonne del tempio filisteo di Dagon, e soprattutto Ercole, l’invincibile semidio noto per le sue 12 fatiche, sono i simboli del mito perenne della forza, ripetutamente esaltato nella letteratura e nell’arte di tutte le culture.

L’idea dell’uomo grande e forte ha sempre suscitato paura e rispetto. Basti pensare ai giganti o ai ciclopi. Omero nell’Odissea ci ha narrato di Polifemo, che scagliò «d’un monte la divelta cima» contro la nave di Ulisse, e dei Lestrigoni, che affondarono la flotta del laerziade con «immense pietre». Il poeta cieco esalta spesso la gagliardia dei suoi eroi nell’Iliade: Diomede atterra il troiano Enea gettandogli addosso un masso enorme e altrettanto fa con Ettore l’immane Aiace Telamonio, «che i Danai tutti, salvo il gran Pelìde, di corpo superava e di sembiante».

Antichi poemi epici cantano le imprese del fenicio Melkart (una sorta di Ercole) e del re sumero Gilgamesh. Chi non conosce il gigante filisteo Golia, ucciso con la fionda dal giovane David, o il gigante libico Anteo, figlio di Poseidone e di Gea (la Terra), stritolato dalle braccia poderose di Ercole?

Ai nostri tempi nuovi eroi della forza sono stati creati dalla fervida fantasia di scrittori come il polacco Henryk Sienkiewicz, che alla fine dell’Ottocento nel romanzo Quo vadis? (portato sullo schermo nel 1913 da Enrico Guazzoni) ha dato vita al fortissimo Ursus. Risale al 1914 la nascita del possente Maciste, impersonato dal “camallo” genovese Bartolomeo Pagano nel film Cabiria (regia di Giovanni Pastrone).

Uomini forti dell’antica Grecia

Eccezionali esibizioni di forza sono testimoniate da tre iscrizioni del VI secolo a.C. su enormi blocchi di pietra: l’iscrizione di Olimpia si riferisce a Bybon, forse dell’Eubea, che con una mano lanciò «al di sopra della testa» un macigno di 143 chili; quella di Epidauro a Ermodikos di Lampsaco, in Asia minore, che trasportò per un centinaio di metri un masso di 334 chili; quella di Tera a Eumastas, capace di sollevare una pietra di 480 chili. È inutile soffermarsi a contestare l’enormità di quei pesi, a elaborare interpretazioni ragionevoli di quelle scritte: ciò che conta è percepire l’idea di sovrumana potenza che Bybon, Ermodikos ed Eumastas trasmettevano ai loro contemporanei.

Nel mondo greco si ricordano molti altri uomini dotati di smisurata vigoria, come il gigantesco Glaukos di Caristo (nell’Eubea), celebre pugile, olimpionico nel 520 a.C., che raddrizzò la lama di un aratro martellandola con il suo micidiale pugno destro; il due volte periodonico Theogenes di Taso (V sec. a.C.), esaltato da Pausania e Plutarco; il bravo pancraziaste tessalo Pulydamas di Scotussa, vincitore olimpico nel 408 a.C., la cui statua (opera di Lisippo) fu ammirata da Pausania. Secondo la tradizione, sul monte Olimpo uccise un leone a mani nude. Con una sola mano riusciva a fermare una quadriga in corsa e un giorno afferrò così saldamente la zampa di un toro, che per liberarsi l’animale dovette lasciargli lo zoccolo tra le mani. Pulydamas morì nel tentativo di sostenere la volta crollante di una grotta, mentre gli amici si mettevano in salvo.

Milone di Crotone, il “campionissimo”

Milone, figlio di Diotimos, è celebre per i suoi numerosi successi nella lotta, avendo riportato 6 vittorie ai Giochi Olimpici, 6 ai Pitici, 9 ai Nemei e 10 agli Istmici. Per di più era dotato di una forza straordinaria e su di lui, com’è logico, fiorirono le leggende.

Discepolo di Pitagora, durante un banchetto del maestro con gli allievi, Milone mostrò la sua forza prodigiosa sostenendo il pericolante soffitto della sala in seguito al cedimento di una colonna. Una delle imprese più celebrate fu il giro completo dello stadio di Olimpia portando sulle spalle un toro, che poi avrebbe ucciso e divorato. Si narra che stringesse nella mano una melagrana con tanta forza che nessuno poteva aprirgli il pugno, ma contemporaneamente con tanta delicatezza da non ammaccare il frutto. Inoltre, pare che lo stesso Milone abbia personalmente sistemato nel sacro recinto di Olimpia la statua dedicatagli dallo scultore Dameas, suo concittadino.

Abbandonate le competizioni, nel 510 a.C. Milone, «il cui coraggio era pari alle qualità atletiche», guidò l’esercito crotoniate nella sanguinosa battaglia del Trionto contro i Sibariti: «Si lanciò nella mischia – narra Diodoro Siculo – cinto delle corone olimpiche e alla maniera di Ercole, con una pelle di leone addosso e con la clava in mano». Nonostante le forze nemiche fossero preponderanti, la furia di Milone trascinò i suoi alla vittoria.

La prima gara di sollevamento pesi della storia

Anche il grande Milone, tuttavia, subì una cocente sconfitta in quella che potremmo definire la più antica gara di sollevamento pesi della storia. Ce ne parla l’erudito Claudio Eliano, detto il Sofista (nato a Palestrina intorno al 170 d.C.), nel libro XII delle sue Storie varie, scritte in greco.

«SI NARRA CHE MILONE, IL QUALE ERA ORGOGLIOSISSIMO DELLA SUA FORZA FISICA, SI IMBATTÉ UN GIORNO NEL PASTORE TITORMO E, VEDENDO CHE QUESTI AVEVA UN CORPO POSSENTE, VOLLE METTERLO ALLA PROVA. PUR RITENENDO DI NON ESSERE PARTICOLARMENTE ROBUSTO, TITORMO SCESE SULLA RIVA DEL FIUME EVENO E, TOLTOSI IL MANTELLO, AFFERRÒ UN MACIGNO ENORME: LO TIRÒ A SÉ E LO ALLONTANÒ DUE O TRE VOLTE, QUINDI LO SOLLEVÒ FINO ALLE GINOCCHIA E, INFINE, PRESOLO SULLE SPALLE, LO PORTÒ ALLA DISTANZA DI OTTO ORGE [CIRCA 15 METRI] E LO SCAGLIÒ LONTANO. MILONE, INVECE, RIUSCÌ A STENTO A SMUOVERE QUEL MASSO».

Così l’atleta più volte olimpionico, da tutti esaltato per la sua eccezionale prestanza, dovette arrendersi a uno sconosciuto pastore etolico, sfidato con troppa presunzione.
Ma Titormo, continua Eliano, sbalordì ancora di più Milone.

«AFFERRÒ CON UNA MANO LA ZAMPA DI UN TORO SELVAGGIO, IMPEDENDOGLI DI SCAPPARE; CON L’ALTRA MANO NE AFFERRÒ UN SECONDO E RIUSCÌ A TRATTENERLI SUL POSTO TUTTI E DUE. A QUELLA VISTA MILONE ALZÒ LE MANI AL CIELO ESCLAMANDO: “O ZEUS, TU CI HAI GENERATO UN NUOVO ERCOLE!”».