Il secondo appuntamento di ‘Voci della FIPE’ è dedicato a un personaggio storico della Federazione, che ha conosciuto atleti, tecnici, ha attraversato e vissuto cambiamenti epocali nella pesistica italiana: stiamo parlando di Dino Turcato, classe ’46, che da atleta annovera un bronzo europeo (a Sofia nel 1971) e una partecipazione olimpica (a Monaco nel 1972) e da tecnico tanti illustri atleti allenati e una vita all’interno della Federazione.

Dino Turcato fa parte di quella generazione di pesisti che, oltre a strappo e slancio, facevano anche la ‘distensione lenta’.

“Era dura, bisognava portare su il bilanciere con potenza ed esplosività. Si arrivava “cotti” alla fine dei tre esercizi ma in quella specialità ero fortissimo, andavo sempre a medaglia; avevo anche stabilito dei record.

Io ho cominciato andando in palestra a Mestre insieme con altri compagni; lì c’erano diversi sport e io ho provato a sollevare il bilanciere. Appena mi ha visto l’allenatore mi ha subito detto: “Sei forte, devi fare questo!” e io ho detto “va bene!”, semplicemente. Da lì è partito tutto.

Ho fatto la mia prima gara con la Spes Mestre e l’allenatore della Nazionale di allora, Ermanno Pignatti, mi ha notato e mi ha chiamato subito in ritiro. Lì ho incontrato un altro grande pesista, Roberto Vezzani, che gareggiava nei pesi massimi. Eravamo una squadra unita, tutti uniti; ci si supportavano a vicenda costantemente, ci si aiutava in allenamento”.

Dino Turcato, proprio insieme con Vezzani, è stato protagonista dei Giochi del 1972, Olimpiadi passate alla storia per il tragico agguato al Team Israeliano da parte di un commando Palestinese.

“Purtroppo ho perso degli amici durante l’attentato, atleti con i quali chiacchieravamo spesso perché parlavano italiano. Io stesso mi sono trovato davanti alle minacce di un uomo incappucciato e solo perché non ho risposto alle sue provocazioni mi sono salvato”.

Smessi i panni dell’atleta, Dino Turcato è diventato subito un tecnico.

“Vestire i panni di tecnico mi ha dato soddisfazioni forse anche maggiori che essere un’atleta. Quando un ‘mio’ ragazzo arrivava a medaglia era un’emozione enorme, più bella rispetto a quando ero io stesso a conquistarla. Gestire dei giovani atleti non è facile, bisogna stargli dietro perché ci vuole poco a farseli sfuggire di mano. La cosa fondamentale è dargli fiducia, parlargli, spiegargli le cose; devono credere in loro stessi, solo in questo modo è possibile allenarli, farli crescere come atleti e come persone. Negli anni ho cresciuto parecchi pesisti, parecchie squadre; anche nel nostro sport è importante fare gruppo, lavorare insieme, le pecore nere dopo un po’ si autoeliminavano”.

Ora siamo prossimi ai Giochi Olimpici 2024.

“Io li vedo bene i nostri ragazzi, stanno andando forte, hanno dei buoni allenatori. Tra i ragazzi che ho allenato c’è anche Sebastiano Corbu, era un furbacchione! Ovviamente niente di grave, ma tra lui e il fratello ne combinavano di tutti i colori! Poi è passato ‘dall’altra parte’, è diventato lui stesso un allenatore, è il DT della Nazionale e per me è una grande soddisfazione, ancora più grande che portare un atleta a medaglia: quando si allena lo si fa per questi obiettivi, lo si fa per la Federazione”.

Dino Turcato, nonostante i suoi 78 anni, è ancora mosso dal desiderio di tornare in palestra.

“Purtroppo, ho avuto una brutta esperienza con il Covid e da allora non sono più rientrato in palestra. Ora però è necessario che torni a fare qualcosa, è fondamentale per stare bene e per rimettersi a posto fisicamente. La cosa più bella è far capire agli altri che allenandosi in un certo modo si possono avere risultati. Il fatto è che la passione per i pesi non è mai venuta meno, anzi, forse è anche cresciuta! La pesistica può fare grandi cose ma bisogna affidarsi ai professionisti, che lavorino in maniera sana e costruttiva”.