Per la rubrica ‘Voci della FIPE’ oggi incontriamo Giorgio Braga. Giudice di gara, classe ’49, che dopo una vita passata nella pesistica, prima come atleta poi come arbitro, si diverte ancora tanto e non ha nessuna intenzione di abbandonare la pedana.

Ho iniziato il mio percorso nella pesistica nel 1969, in quella che allora si chiamava FIAP, Federazione Italiana Atletica Pesante; dopo una pausa per il servizio militare ho iniziato a gareggiare nel 1971 per smettere nel 1979. Tanti miei colleghi, una volta scesi dalla pedana, hanno iniziato un percorso da tecnici, mentre io ho scelto la carriera di ufficiale di gara. La mia prima gara nazionale ‘certificata’ è datata 1984, ed ero a Marino in provincia di Roma; poi nel 1990 sono diventato anche arbitro internazionale. Per la precisione ho fatte l’esame nel novembre 1990 a Udine ma la registrazione è avvenuta nel 1991; la mia prima gara internazionale è stato un Campionato Europeo a Sofia.

Una carriera lunghissima quella di Giorgio Braga, che ha avuto la ciliegina sulla torta nel 2016 con la chiamata a cinque cerchi.

È stato il massimo essere chiamata alle Olimpiadi di Rio, non saprei da che parte cominciare per i ringraziamenti. Sicuramente un grazie enorme va alla Federazione che mi ha appoggiato e sostenuto. Per me è stata una sorpresa, ero felicissimo. È stata un’esperienza talmente bella ed entusiasmante che ricordo che, quando ho incontrato il Presidente Urso a Rio, gli ho detto: “Ho raggiunto il massimo. Per me la carriera internazionale finisce qui, con i cinque cerchi”. Ho concluso con il massimo a cui può arrivare uno sportivo, il coronamento di una carriera lunghissima. Io ho avuto tanto, tutto oserei dire, vivo ancora per questo. Bisogna anche fare spazio alle nuove leve.

Dopo tante gare nazionali e internazionali, quali sono quelle che ricordi maggiormente?

La prima che mi viene in mente è la gara dello scorso week end, le Finali Juniores, che è stata la 109esima gara dei Campionati italiani. Per me ogni gara è un’esperienza nuova, mi sono piaciute tutte; certamente le Olimpiadi, i Mondiali, i Giochi del Mediterraneo sono bellissime, ti permettono di incontrare persone, confrontarti, ma anche un campionato nazionale è un qualcosa di straordinario. La gioia di vedere i giovani pesisti è indescrivibile: vedo loro e tolgo 50 anni dalla mia carta d’identità, mi sento ancora un ragazzino, forse troppo!

In questi anni Giorgio ha formato e incontrato una grande quantità di giudici di gara, di cui qualcuno ha anche fatto carriera.

Tra dirigenti, atleti, giudici di gara, ne ho visti a migliaia. Li conosco tutti, sono preparatissimo sulle commissioni di gara, sono come un libro stampato. Quando sono a una gara dimentico tutto, torno ad essere un ragazzino. Io non mi sono mai sposato ma ho avuto la pesistica, ho vissuto per questo sport e spero che duri ancora vent’anni.

Giorgio ha conosciuto tanti giudici di gara ma anche tanti atleti.

Il primo che mi viene in mente, anche perché condividiamo un bel rapporto d’amicizia, è Norbert Oberburger, che ho conosciuto proprio nel 1984, l’anno delle Olimpiadi. È stato ospite a casa mia quando è tornato, sono andato io a prenderlo all’aeroporto di Malpensa. Ho avuto anche l’onore di vedere la medaglia d’oro che vinse a Los Angeles.

Poi ho nel cuore Fabio Magrini, Lauzana, i fratelli Tosi, Lo Buono, La Carpia, Dino Marcuz, con il quale ho gareggiato. Ho tanti ricordi. Tra i giudici di gara, della mia epoca non c’è nessuno, ma poi ne posso nominare tanti: Politi, Bergamaschi, Massimo Grassi, Angelo Dalla Silvestra, Annalisa Di Sogra, tutti bravissimi. Ne è passata molta di acqua sotto i ponti.

La pesistica e i modi di arbitrare sono cambiati tantissimo negli anni.

Ai primi tempi in cui arbitravo si faceva una gara con due fogli A4, ora si fa tutto con la tecnologia ma si consumano più fogli di prima. L’importante è rimanere sul pezzo, indipendentemente dalla modalità per me l’importante è sempre stato fare il giudice di gara. Io ai passaggi non ci voglio stare, l’ho sempre detto: o alla pedana o a casa. Io voglio essere di fronte all’atleta, il gusto della gara è quello. Se mi dovessero proporre altro lo farei perché la pesistica mi piace troppo, ma lo farei a malincuore. Fin quando sono all’altezza vorrei far questo; il giorno in cui capirò di non essere più in grado di farlo sarò il primo a dirlo e a fare un passo indietro. E andrò a vedere le gare da turista.

Da quando sei entrato nella pesistica, oltre ad atleti e giudici di gara, hai assistito all’evoluzione della disciplina anche dal punto di vista dirigenziale. Tra presidenti, dirigenti, atleti…ne ho visti migliaia, potrei scrivere un libro.

Cosa della pesistica ti ha catturato fino a farne una ragione di vita?

Non lo so, forse perché è uno sport di fatica e a me è sempre piaciuto far fatica. Non sono mai riuscito a stare seduto su una sedia o su un divano. Quando la sera vado a letto stanco sono contento, sono soddisfatto della mia giornata. Purtroppo, non riesco più a far pesistica, anche perché la palestra è molto distante da casa mia. In compenso mi alleno nei boschi a tagliare la legna.