Per la rubrica ‘Voci della FIPE’ oggi andiamo a conoscere la storia di Maurizio Sardo, ex atleta e ora Direttore tecnico Territoriale per la Regione Sicilia, appartenete al Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro.

Un percorso lungo quello di Maurizio nella pesistica, nonostante la giovane età (classe ’78), cominciato da atleta e proseguito poi come tecnico.

E’ iniziato tutto nel 1996, è passato tanto tempo. Sono fortunato perché sono nato e cresciuto in una città, Caltanissetta, dove la pesistica ha una storia decennale, è profondamente radicata nel tessuto sportivo comune, quindi è stato facile incontrare il sollevamento pesi. Mi sono subito appassionato dedicandole la mia vita adolescenziale, mi ha dato tante soddisfazioni anche se onestamente non sono mai stato un atleta molto talentuoso, nonostante abbia anche fatto parte della Nazionale italiana; ho sempre cercato di dare il massimo, mi sono divertito, questo sì. Poi ho voluto continuare il mio percorso formativo come allenatore, facendo corsi con la FIPE; ho sposato completamente il cambio di passo dettato dal Presidente Urso vent’anni fa, che è riuscito a cambiare in meglio tante cose in Federazione. Lui ha investito molto sulla formazione, senza la quale non si può sperare di fare lo sport ad alti livelli. Ho scommesso su questo cambiamento, ci credo fermamente, sento di farne parte, e i risultati si vedono. Oggi godiamo di queste ardue battaglie messe in atto dal Presidente; condivido in pieno il progetto dei centri federali dislocati su tutto il territorio nazionale, che consente di monitorare giornalmente gli atleti e di vivere una presenza costante della FIPE sui territori.

Dopo una fase da atleta non di spicco, arriva il percorso da Tecnico che sta regalando a Maurizio moltissime soddisfazioni.

Mi sento più che altro un operatore, spero di dare un buon contributo alla nostra causa. La forza della FIPE è proprio la collaborazione a vario titolo su tutti gli aspetti della vita federale; ognuno di noi deve dare quello che può con la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie peculiarità.

Qual è la tua di peculiarità?

Io credo di aver raggiunto la consapevolezza di essere riuscito a mettermi in gioco sempre. Ancora oggi non mi sento una persona competa, sia dal punto di vista tecnico che dirigenziale; ho sempre voglia di imparare perché mi piace perfezionarmi, mi piace mettermi in discussione, sempre al servizio della Federazione. In questo modo si può migliorare sempre.

In questo potrebbe rientrare l’avere il ‘fiuto’ per scovare nuovi atleti, nuovi talenti. Questo è un aspetto più tecnico, fatto sia di formazione che di esperienza, un bagaglio che si acquisisce sul campo col tempo e che si può insegnare fino a un certo punto: occorre viverla, sbatterci la testa e poi capire qual è la chiave giusta. Ci vuole anche un pizzico di fortuna ma quello che conta di più è la presenza, è esserci, tutti i giorni.

Maurizio appartiene a due grandi famiglie: quella territoriale, essendo nato e cresciuto a Caltanissetta, una delle patrie della pesistica italiana e quella professionale, visto che Maurizio appartiene al GS delle Fiamme Oro. Quanto ha influito questa doppia appartenenza?

Sono entrambe due colonne della mia vita, che convivono, coesistono in maniera parallela. Sicuramente è un bene per me, per gli atleti e per la nostra comunità.

Quando hai iniziato la tua vita nella pesistica avevi già uno scopo?

Quello di arrivare lì dove sono arrivato oggi: non mi sento arrivato ma in questi vent’anni posso dire di esser cresciuto sempre, a livello di risultati e di formazione, andando anche oltre a quello che è il progetto formativo della FIPE. Ho preso di recente una laurea in management dello sport perché credo che la formazione sia di fondamentale importanza nel mio percorso di crescita, non ci si può improvvisare. Scelgo di rinnovare ogni giorno quei sogni accesi vent’anni fa, si deve camminare quotidianamente, si studia, si incontrano persone, si fa esperienza, bisogna essere in grado di adattarsi ai cambiamenti che fanno parte della vita, non è possibile rimanere statici. Quello che è sempre rimasto invariato è la mia volontà di essere a disposizione della Federazione per qualsiasi progetto.

In questi anni le emozioni sono state tante, sopra e sotto la pedana.

Le emozioni in pedana sono indescrivibili: riscatto, gloria, eccitazione ma credo che solo un pesista possa capirle. Da tecnico le emozioni sono come quelle che prova un padre verso un figlio, perché occorre gestire le ansie, le tensioni, bisogna anche sapere canalizzare le esperienze affinché diventino funzionali allo scopo.

Il successo più bello?

Il primo che mi viene in mente è il successo di Federico La Barbera, che ha vinto il campionato Europeo under 23 lo scorso anno a Bucarest; questo ragazzo, sportivamente parlando, l’ho cresciuto come fosse mio figlio, le cose che abbiamo condiviso tutti i giorni hanno creato una forte intimità. Ricordo benissimo, dopo la vittoria del campionato assoluto dello scorso anno, quando Federico sceso dalla pedana mi è saltato al collo abbracciandomi. Sono emozioni indelebili.

Qual è il tuo sogno nella pesistica?

Far conoscere davvero questo sport per quello che è, sia all’interno delle scuole, sia ad atleti di altre discipline, sia a coloro i quali ci guardavano con pregiudizio fino a poco tempo fa. Aiutare a far comprendere che la pesistica non è solo forza bruta, il che è ormai ampiamente sancito dalla letteratura scientifica.

Il grande sogno poi sarebbe quello, in futuro, di portare un atleta a vincere le Olimpiadi. Sarebbe un successo che, oltre all’atleta e al nostro DT che sta lavorando sodo per questo, sentirei mio. Ci credo profondamente.

Questo come si riporta sul territorio, quello di Caltanissetta nello specifico?

Io mi faccio testimone del nostro ambiente, anche dal punto di vista sociologico, non solo sportivo. Il rispetto di sé stessi, in primo luogo, che si trasferisce poi a rispetto per il prossimo, il rispetto per la sconfitta nonostante la sana e giusta competizione. Questo ce lo insegna la nostra disciplina, sia in palestra che in gara. Il valore che, più di qualsiasi altra esperienza, la pesistica mi ha insegnato, essendo uno sport di misura, è che mostra in maniera diretta e chiara quanto vale un’atleta, e la persona dietro l’atleta. C’è uno scoprirsi reale, intimo, di quello che si è, che secondo me non può venir fuori negli sport di squadra, dove si può anche essere trascinati dagli altri. Il bilanciere è lì, è un oggetto freddo e inerme, che non può essere condizionato né dal mio sguardo né dal mio atteggiamento, lui sale se l’atleta è bravo a tirarlo su, altrimenti cade. Il bilanciere non mente mai, davanti a lui non ci sono scuse. Il bilanciere è uno specchio implacabile. Capita ogni tanto che arrivino in palestra persone galvanizzate, piene di sé, e di ‘io sono’, ‘io so fare’, e che poi sono costrette a ritornare alla realtà appena provano ad alzare il bilanciere. Questo ci fa stare con i piedi per terra”.