Franco Alemanno
Franco Alemanno

Quando nasce la tua passione per i pesi?

La mia passione per la pesistica nasce nel lontano 1967; ero solo un bambino, avevo circa 12 anni ma l’idea della forza già mi esaltava, nel modo sano del termine. Era il periodo dei film mitologici, si vedevano uomini forzuti e io, pur non volendo assomigliare a nessuno, volevo essere forte, volevo essere me stesso al meglio, con le mie capacità. Fin da bambino ho abitato in campagna, mi piaceva prendere i sassi e ne raccoglievo sempre di più pesanti. Alla fine è nata l’idea di allenarmi per diventare forte e raccogliere sassi sempre più grandi! Così ho cominciato a fare sport, ma non facevo solo pesi: andavo in bicicletta, correvo, volevo sempre migliorarmi. Poi per fare la differenza mi sono dovuto specializzare e scegliere la disciplina che mi piaceva di più, che potevo praticare in qualsiasi condizione atmosferica e in qualsiasi luogo. Così ho scelto i pesi. Sfruttavo i momenti in cui non dovevo lavorare e invece di andare al bar mi dedicavo ai pesi e mi allenavo.

E la Body’s training quando è nata?

La Body’s Training nasce nel 1992, insieme ad un gruppo di amici. Fino ad allora mi allenavo dove e come potevo. Era il 1992, volevo smettere di fare l’atleta ed ero di fronte a un bivio: o smettere e buttare tutto il mio bagaglio d’esperienza o iniziare a dare la mia esperienza agli altri facendo il tecnico. Quando si fa l’atleta si è egoisti mentre io volevo rendere partecipi gli altri delle mie esperienze. Con questi presupposti ho fondato la Body’s Training.

Le emozioni erano più forti da atleta o da tecnico?

Da tecnico riesco a rivivere tutte le emozioni che ho provato da atleta, dal neofita al professionista. E’ un dare e un ricevere continuo: io do la mia esperienza e ricevo la gratificazione di vedere crescere i ragazzi, in allenamento e in gara.

Oggi l’obiettivo principale è educare le nuove generazioni al movimento, all’inclusione. Questo significa costruire una persona ed è molto difficile. Poi l’atleta nasce comunque. La sfida principale è educare i bambini allo sport, al movimento. Per me i ragazzi che vengono in palestra sono tutti uguali, comprese le mie figlie, che non ho mai messo su un piedistallo, né ho mai trattato con un metro di misura diverso. Nello sport non ci sono privilegi per raggiungere un obiettivo: o ti rimbocchi le maniche e lavori o l’obiettivo non si raggiunge, non ci sono scorciatoie. Le regole e la disciplina valgono per tutti. E’ giusto così.

La Body’s Training è diventata un punto di riferimento per Copertino

La palestra è diventata un punto di riferimento per tanti giovani, forse perché il nostro obiettivo principale è rimasto sempre quello di valorizzare lo sport come strumento educativo e di inclusione. Io da 12 anni collaboro anche con le scuole, e non ho mai fatto selezione. Il mio modo viene spesso contestato ma io voglio dare pari opportunità a tutti, cominciando da chi ha più difficoltà nell’apprendimento. La selezione invece privilegia solo chi è bravo mentre gli altri vengono abbandonati. Se lo sport vuole crescere nella scuola, deve includere e dare pari opportunità a tutti, parlando anche di pesistica, lavorando a 360° e valorizzando tutte le discipline di base che servono per lo sviluppo del bambino. Finalmente si sta comprendendo che la pesistica è un viatico per tutte le discipline, anche se per tanti anni siamo stati rilegati all’angolino. Chi si crea un base con i pesi, costruendo letteralmente la sua forza, fa la differenza in ogni disciplina.

Qui in Puglia non abbiamo palestre, palazzetti, nulla; quello che è stato fatto è grazie a quelle persone che amano lo sport. Io, per esempio, mi sono fatto la mia palestra con sudore e sacrifici. Se non fosse stato così non avrei un posto di riferimento per allenare i ragazzi, perché gli affitti sono proibitivi.

Come hai vissuto il lockdown dovuto al COVID?

Per noi non mi è cambiato molto. La prima settimana abbiamo tentennato poi ho distribuito tutto il materiale ai soci. Ho trascorso una mattinata ad elaborare programmi di allenamento per i ragazzi, poi il pomeriggio li ho condivisi con loro. Ma non mandando un messaggio o facendo foto al singolo programma bensì chiamando singolarmente i ragazzi, dettando i programmi, parlando con ciascuno di loro spiegando ogni dettaglio. Questo ha fatto la differenza. Questo mi ha fatto capire quanto conta la relazione umana: chiedere ogni giorno ‘com’è andato ieri l’allenamento?’, parlare, condividere. Ho fatto così fino al 25 maggio.

Mentre in Italia c’era la chiusura totale, scoppiava la bomba nella pesistica internazionale.

Dopo la burrasca viene sempre il sereno e con il tempo tutti i nodi vengono al pettine. Nel bene o nel male i risultati si vedono sempre. E’ stata un’impresa ardua quella del Presidente Urso ma alla fine ce l’ha fatta a smascherare i colpevoli. 4 anni fa ci credevo e ci speravo nella candidatura di Antonio Urso alla Presidenza Internazionale ma quando non si combatte ad armi pari ed eque purtroppo si perde. Speriamo solo che Urso possa avere un’altra chance, se la merita per tutto quello che ha fatto e dato.

Questo ventennio l’ho vissuto insieme a lui. Durante questo periodo la Federazione è cresciuta in modo esponenziale, è diventata una famiglia. Io sono arrivato in punta di piedi nel 2000, e ho vissuto tutti i cambiamenti, in modo positivo. In questi vent’anni ho dato il massimo e sono stato sempre supportato e riconosciuto dalla Federazione. Non pensavo mai di poter creare tanti atleti e raggiungere tanti risultati.

Nella tua carriera hai cresciuto molti atleti?

Sì ho visto e cresciuto tanti atleti. L’ultima è Giulia Franco, giovanissima atleta talentuosa, che ha cominciato da piccola.

Io l’ho sempre detto: nello sport bisogna cominciare da bambini, con i giusti criteri ovviamente. Se una persona comincia a scrivere a vent’anni, potrà farlo ma mai bene come un ventenne che ha cominciato a scrivere a 6 anni. Questo vale per tutto, anche per la musica e per lo sport. Poi ovviamente molto dipende da chi abbiamo dietro, da chi è alle spalle del bambino. Io, tecnico, devo tutelare prima di tutto il bambino e non pensare al risultato sportivo; prima devo pensare alla coordinazione, al salto, alla corsa, insomma alle basi motorie del bambino, poi a formarlo come atleta. Dobbiamo essere noi tecnici a far crescere i ragazzi, farli appassionare e credere in quello che facciamo e non metterli subito di fronte alle difficoltà. Occorre cominciare per gradi e adeguarsi alle loro capacità. Tutto dipende dalla visione che ha il tecnico e da quanto è in grado di valutare il bambino in tutti i suoi aspetti.

Come si riconosce un talento?

Il talento si vede strada facendo. Molto dipende dalla voglia e dall’impegno oltre che dalle capacità fisiche. E’ vero che spesso le capacità nascono con il bambino ma ci sono anche alcuni che non hanno avuto modo di sviluppare quelle capacità. Purtroppo oggi molti bambini vengono cresciuti come polli in batteria, sempre chiusi nei banchi o in attività sedentarie; chi ha la fortuna di avere i genitori che sin da piccoli li portano a praticare sport hanno una marcia in più.

Che futuro credi possa avere la pesistica?

Non ho mai voluto credere che la pesistica possa sparire dai Giochi. Non credo che i vertici possano mai arrivare a questo punto, nonostante tutti i problemi di doping e corruzione.

Io il doping non riesco proprio a concepirlo. Se un tecnico ha fatto l’atleta e ha vissuto lo sport con la propria pelle, non penserà mai ad offrire sostanze dopanti a un ragazzino. Bisogna far risaltare le proprie capacità sempre e comunque; anche se non divento un campione, con lo sport comunque mi sono messo in gioco e ho cresciuto la mia autostima. Questo va insegnato ai ragazzi.

Qual è la tua sfida più grande?

Io credo che la sfida più grande per me e per qualsiasi tecnico sia quella di prendere un bambino, portarlo in palestra e farlo rimanere. Poi se non diventa atleta o no non fa niente ma comunque avrà un’esperienza positiva, e avrà un ritorno, in primis per la sua salute.

Cos’è per te la Federazione?

Io sono un affiliato e mi sento parte integrante della Federazione, è come se fosse una cosa mia. Posso anche non condividere alcune cose ma devo sempre remare a favore della Federazione. Sono convinto che se sento mia la società, la Federazione per cui lavoro, io non solo non mi stanco ma rendo il doppio senza vederlo come un sacrificio. Se cresce la Federazione cresco anche io. Bisogna imparare a sentirsi parte di un tutto e a lavorare per un obiettivo comune.