Massimo Grassi
Massimo Grassi

Oltre ai cinque pesisti azzurri che saliranno sulla pedana di Tokyo, l’Italia sarà protagonista alle Olimpiadi anche con Massimo Grassi, designato in qualità di Ufficiale di Gara.

Massimo Grassi, classe ’64, è componente CNUG e Presidente del Comitato Regionale Lazio, ed ha una lunga esperienza nella Pesistica, prima come atleta, poi come ufficiale di gara. Grassi inizia la sua carriera nel 1991, prima come ufficiale di gara in ambito regionale poi nel 1995 in ambito nazionale; la qualifica di T.O. internazionale di seconda categoria arriva nel 2012, e infine nel 2015 il completamento del percorso con la qualifica di prima categoria. Una nomina, quella di Ufficiale di Gara dei prossimi Giochi Olimpici, avvenuta a settembre 2019, pochi mesi dopo il riconoscimento della Stella di bronzo al merito sportivo per l’attività dirigenziale.

Cosa vuol dire per te partecipare alle Olimpiadi?

Andare alle Olimpiadi è una grande emozione: in poche parole è il sogno di una vita, da ex atleta, ora da arbitro, ma in generale da sportivo. Non pensavo di poter raggiungere questo traguardo, soprattutto considerando come è iniziato il mio percorso.

Raccontaci del tuo percorso nel mondo dei pesi

Io ho iniziato a seguire lo sport per passione ma purtroppo non c’erano le condizioni, soprattutto non c’era il fisico. E’ stato poi lo sport stesso a cambiarle quelle condizioni sfavorevoli e le problematiche. Lo sport ha cambiato tutto. Io sono stato ricoverato oltre un anno, durante le elementari, facendo scuola in ospedale a causa di una brutta scoliosi; ho fatto di tutto, dalla ginnastica correttiva alle scosse elettriche, fino a portare il busto e le scarpe ortopediche. Questo fino all’età di 13 anni circa. Contemporaneamente saliva la passione per i pesi, che guardavo ogni tanto in tv. A Lanuvio, nel mio paese, c’era un uomo, tale Franco Fanfoni, che faceva quella che allora si chiamava ‘cultura fisica’, e che era stato eletto anche Mister Italia. Io ero un ragazzino e con i miei amici eravamo attratti dal fascino della forza; guardavamo i film epici in tv, ‘Le fatiche di Ercole’ era il mio preferito. La mia fortuna è stato il mio prof. di arte, Angerame Omero, che ringrazierò a vita, piccolino ma robusto, che oltre ad essere un pittore faceva sollevamento pesi: era niente meno che la riserva di Sebastiano Mannironi. Vedendo le mie condizioni fisiche mi disse quello che non diceva nessuno, cioè che i pesi avrebbero potuto far bene alla mia scoliosi. Così mi consigliò di seguire un corso che facevano nella palestra della scuola e poi si è messo a disposizione, nel caso in cui fossi riuscito a costituire un’associazione. In completa contraddizione a quello che diceva il mio corpo e a quello che dicevano i medici, con mio cugino costruimmo un bilanciere, mettendo insieme un tubo di ferro e dei vecchi barattoli riempiti di cemento. Così, insieme a qualche amico, abbiamo fatto una raccolta fondi nel paese, dove c’era la Libertas; ci siamo appoggiati a loro, che avevano la sezione dedicata all’Atletica, costituendo la sezione di pesistica. Nel 1978 abbiamo iniziato l’attività e il 20 giugno 1981 abbiamo fatto l’atto costitutivo. Non ero neanche maggiorenne tant’è che ho coinvolto mio zio per assumere la carica di Presidente della Società. Negli anni abbiamo costruito una bella squadra, portando anche un atleta in Nazionale, Mario Di Pietro, e ci siamo tolti belle soddisfazioni; ci allenavamo nelle cantine, con dischi riciclati, ma con tanta gioia. Siamo anche arrivati al 14esimo posto nazionale per società. Io sono rinato. Dopo qualche anno sono tornato nell’ospedale dove ero stato ricoverato, e il Professore che mi aveva in cura non voleva credere che quella trasformazione fosse dovuta al sollevamento pesi perché, diceva, “il sollevamento pesi fa male, fa venire l’ernia e non fa crescere”. Non era l’unico ovviamente a sostenere quello, visto che anche in famiglia ho dovuto lottare parecchio; sono stato testardo, non ho mai mollato.

A distanza di 40 anni esatti dall’atto costitutivo di quella società di Lanuvio, ora si parte per Tokyo

E chi ci avrebbe mai pensato! Arrivare alle Olimpiadi, in qualsiasi ruolo, è un grandissimo risultato. E’ un sogno durato più di 40 anni ma, nonostante ci fosse la speranza, mai avrei pensato di arrivarci. Io ho iniziato a fare l’atleta nel 1981, finendo nel 1990; nel frattempo nel 1986 ho fatto un corso da tecnico, proprio nella palestra dell’Acqua Acetosa dove oggi si allena la nostra Nazionale. Nel 1991 poi è iniziato il percorso da tecnico.

Come hai reagito alla notizia della convocazione?

Onestamente, quando la mia testa iniziava a sognare una eventuale convocazione, pensavo a Parigi 2024, mai avrei speravo avvenisse per Tokyo. Quando è arrivata la comunicazione ufficiale l’emozione è stata forte, anche perché è arrivata inaspettata. Quando mia moglie è tornata a casa mi ha trovato in lacrime e, non sapendo cosa fosse successo, si è preoccupata. Io non riuscivo a parlare tanta era la gioia, sono solo riuscito a porgerle il cellulare facendole segno di leggere. Mi è passata davanti tutta la vita. Oltre all’orgoglio personale, mi sono sentito ripagato di tutti i sacrifici, ma soprattutto l’ho sentito come un premio a tutti coloro i quali mi hanno sostenuto durante il mio percorso: persone che devo ringraziare per quello che mi hanno dato, con tutti i pregi e tutti i difetti, che mi hanno fatto crescere, mi hanno aiutato e hanno contribuito a portarmi fino a qui. Da Angerame Omero ad Antonio Urso, da Fabiano Blasutig a Luciano Toffolet. Una soddisfazione che, è vero che vivo io, ma che ripaga molte altre persone dei gesti e delle parole che mi hanno regalato in questi anni. Per me è stato un ‘tirare le somme’, una gioia immensa che aumenta con l’avvicinarsi della partenza; in parallelo aumenta anche la tensione perché la responsabilità di quello che si va a fare a Tokyo è tanta. Se un’alzata è valida problema non c’è, se il bilanciere cade vien da sé che l’alzata è nulla, tutto quello che è nel mezzo va giudicato e lì subentra la mia responsabilità. Ad ogni competizione mi passa la vita davanti; al termine di ogni gara c’è tanta soddisfazione ma pensare che stai giudicando dei ragazzi, che si stanno sacrificando per uno sport, che stanno investendo loro stessi in un bilanciere, mi fa vivere ogni esperienza con un grande carico emotivo. Dietro ogni atleta c’è una famiglia, dei tecnici, una Federazione, un Mondo intero, e il fine è uno solo: che quel ragazzo, quella ragazza, sollevino quel bilanciere. E tutto quello che cerco di fare, come arbitro, ma anche come Presidente di Comitato Regionale, nel mio piccolo, è di mettere gli altri nelle migliori condizioni per fare sport e gareggiare, quello che non ho avuto io.

Quando vai in pedana da atleta sei tu e il bilanciere. Nessuno te lo può alzare, devi farlo da solo. E da arbitro, seppur non si alza nessun bilanciere, bisogna affrontare una sfida con sé stessi. Ci si mette alla prova costantemente. Un giudizio sbagliato si compromette la vita di un atleta, di un’organizzazione, di una Federazione. Perché quel momento è la summa di un percorso molto lungo.